TORINO 25 - "Milky Way" - "Not a matter of if but when:..." (Zona)
Raccontare il presente attraverso due sguardi lontani e differenti ma che hanno deciso di scegliere e rappresentare la forza della parola e l'assoluto del silenzio.
Not a matter of if but when: brief records of a time in which expectations were repeatedly raised and lowered and people grew exhausted from never knowing if the moment was hand or was still to come (Non una questione di se ma di quando: brevi testimonianze di un tempo in cui le aspettative aumentavano e diminuivano continuamente e le persone erano esasperate dal non sapere se il cambiamento fosse imminente o se si dovesse ancora aspettare) di Julia Meltzer e David Thorne (Usa, 2006, 32')
Un titolo lunghissimo che sa di prologo, anche quando sono solo le parole a sostituirsi alle immagini. Il primo piano del volto dell'attore siriano Rami Farah illumina e da voce alle tragedie di un terra dilaniata dall'orrore di un conflitto solo a pochi kilometri di distanza, da una politica in mano agli estremisti religiosi e da una pace desiderata ma avvolta tra mille dubbi. Una voce, un volto. Un flusso continuo di gesti per immaginare un coro di anime, un intero popolo che grida le proprie ragioni, che urla le proprie paure, che vorrebbe aiuto, e non sa più sognare senza incubi, ma sanguina odio e si stringe attorno al fanatismo. I due registi lasciano che sia un unico primo piano a raccontare l'attualità della Siria, e di tutto il Medio Oriente. Lo sguardo in camera di Farah si disperde in tutta la sua energia, e compassione. Il complesso stridore della lunga attesa per una pace troppo spesso solo annunciata. Improvvisare, come è improvvisa una bomba che colpisce una macchina nella periferia di Dasmasco, o come è improvvisa la morte di un filglio, nessuna lacrima. Anche quella solitaria che scende a segnare la pelle di Farah sa restituirci la paura della sua gente. Il suo silenzio e il suo lsguardo resettano per un lungo attimo tutte le inifinite immagini di un angolo di pianeta senza pace.
Milky Way di Benedek Fliegauf (Ungheria/Germania, 2007, 82')
Lunghi piani sequenza che lasciano lo sguardo vagare attraverso il paesaggio, a volte limpida natura a volte scheletrico orizzonte di una città, o il semplice e spoglio cortile di una periferia. Già premiato all'ultimo Festival di Locarno per la Rassegna Cineasti del presente, Milky Way lascia fuori dal suo spazio l' identità, perchè questi piani sono animati da attori/figure, ombre apparenti che agiscono all'interno del pesaggio per mettere in scena l'azione e raccontare lentamente ciò che ci circonda. In questo complesso quadro naturale è l'equilibrio tra ciò che viene rappresentato e la propria atmosfera sonora a cogliere il sentimento dell'immagine. Il sibilo del vento, una voce infatile, il fischiettio di una bambino, i motori, l'acqua, il rumore dell'industria. Una concentrazione fonetica che assorbe i robotici gesti dei personaggi, senza volto o dialoghi, anche quando emerge la stranezza del quotidiano, fatta di dolcezze e tragedie, della morte solitaria e sorda, o del ballo notturno su un tetto, del sesso rubato alle terme. Al centro di questi immensi tableau vivant insiste il rapporto tra l'uomo e l'ambiente, tra ciò che vive dentro di noi e la candida insofferenza degli elementi. Un placido e sentimentale ricongiugimento. Un segno lento e naturale del nostro posto nell'universo.
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