TORINO 25 - "Cocò Y Nicò" di Alejandro Cantù, "Sopa De Pescado" di Nuria Ibanez, "Bardo" di Gabriel Marino, "Puna"di Hernàn Khourian (Zona)

Frammenti di Sud-America. Apparizioni e sovrapposizioni legano questi quattro corti toccati dalla stessa terra madre, con in comune la matrice poetica e la sguardo post dittatura di autori cresciuti senza gli orribili steccati della censura e dell'esilio

Siamo in piena Zona Sud-Americana con questi quattro diversissimi racconti brevi. Frammenti strappati di un continente non sempre sotto i nostri occhi, spesso lasciato in disparte ad attendere l'arrivo dello sguardo colonizzatore. Capace di stupire ed accogliere. Qui invece ciò che appartiene al passato della storia estetica e culturale non solo cinematogtrafica, il surrealismo le sue avanguardie, riprende forma dilatando lo spazio. Il linguaggio si plasma alle metafore della sperimetazione profondamente consapevole. Un passaggio che i cinque brevi minuti condensanti nell'opera del messicano Alejandro Cantù, Cocò Y Nicò, rileggono graffiando la pellicola con un gioco tecnico. L'amore penetra nella chimica dell'elemento prendendo le sembianze dell'uomo atteso, stride e si contorce come il bianco e nero sporco e sgretolato che illumina il corto. Si agita e danza di piacere con la sua amata. Una sensazione di vago desiderio fisico, ricordo del cinema muto che fu dove le vite sagomate degli attori apparivano come i fantasmi di un vita di sola celluloide. Cantù se ne ricorda e ne riempe il suo piccolo origami del sentimento. Apparizioni e sovrapposizioni legano questi corti toccati dalla stessa terra madre, con in comune la stessa matrice poetica e la vita post dittatura di autori cresciuti senza gli orribili steccati della censura e dell'esilio. Menti liberi di (ri)creare come Nuria Ibanez con il suo Sopa De Pescado. Un interno borghese raccolto per la cena viene sconvolto dal'apparizione improvvisa di un piccione. Aleggia sulla famiglia il fantasma del grande Bunuel, i codici del comportamento esplodono e la carica eruttiva trattenuta nelle relazioni devasta il soffitto del soggiorno colpito dalla fucilata indirizzata al volatile. L'assurdo si mette in scena come allora, come quarantanni fà quando era la lucida necessità del cinema, quando la schiena della società andava infilzata con l'arma del perfido sberleffo surreale. Il corto della Ibanez è l'omaggio virtuoso all'attualità di quello sguardo, ad un raggio metafisico che illumina le vite ed apre la mente. Altro messicano è il trentenne Gabriel Marino che con Bardo realizza il suo corto di diploma all'Università Nazionale. Un video-diario come l'ha definito lo stesso regista realizzato in due momenti differenti della sua vita. Due fughe dalla realtà alla ricerca dell'immagine perduta. I volti dell'India e il volto della nonna, lo spazio lontano della terra misteriosa e contradditoria, le rughe profonde dell'amata nonna. Cinema che si condensa nell'intuzione, nella purezza di una libertà perduta e ricercata (lo spirito irrequieto della memoria), nei momenti dell'esplorazione di un paesaggio nuovo e tragico, distante e misterioso. Una voce, quella del regista, che amplifica le sensazione di un cinema del sentimento e del dolore, scosso dall'improvvisa assenza di una figura cara. Lampi di sincerità che riempino lo schermo e affondano nella purezza del sentire.  A chiudere questo quadrilatero libero e vitale un altro coetaneo dei precedenti, questa volta argentino, Hernàn Khourian regista di Puna. Astratto e deviante sguardo sulle tradizioni religiose degli abitanti dell'altopiano di Puna nel nord dell'Argentina. Digitalmente antropologico nel suo imprimere un ritmo a tratti distrurbante e vorticoso come drogato dall'atmosfera mistica delle danze indigene. Ma sempre teso nell'indagine di un raccoglimento sporcato dal turismo di massa, dall'eccesso dei colonizzatori dello sguardo pronti ad immortalare senza capire, a rubare senza comprendere ciò che accade davanti i loro occhi. Khourian intrappola la forma del linguaggio nel movimento e nel suono della rappresenatazione del reale. La macchina digitale corre, accellera, si contorce nel montaggio.  Avvistando nel suo viaggio nel tempo perduto di Puna le radici di un passato ormai troppo lontano.  

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