TORINO 25 - "The Home Song Stories" di Tony Ayres (Concorso)
Come si fa a raccontare la propria vita, mantenendo il giusto equilibrio tra emozione e consapevole misura? Tony Ayres, per distanziarsi dalle trappole emotive della storia, cerca di mantenere un controllo oggettivo. Ma i fatti che racconta non sono che ricordi in soggettiva. Per forza di cose. E finiscono per escluderci inesorabilmente
Come si guarda alla propria vita? Come si fa a raccontarla agli altri, mantenendo il giusto equilibrio tra emozione e consapevole misura? Forse è impossibile. O l’uno o l’altro. O dentro o fuori. E come è possibile per lo spettatore entrare in un film che appartiene completamente a un altro, dipanarne i segreti, i grovigli di nervi e sangue, per poi “criticarlo”? Sono le vere domande di The Home Song Stories, secondo lungometraggio del regista cinese, naturalizzato australiano, Tony Ayres. Rose Hong, una cantante di nightclub, si sposa con Bill, un militare australiano e si trasferisce a Melbourne, portando con sé anche i due figli avuti da precedenti rapporti, May e Tom. Sembra la giusta premessa per una vita finalmente normale, ma le cose non vanno mai come ci si aspetta. Rose, lasciata troppo sola dal nuovo marito, non si dà pace, si sposta da una città all’altra, da un lavoro all’altro, s’innamora del giovane Joe (immigrato clandestino cantonese) e tenta più volte il suicidio. Il vero centro d’interesse di The Home Song Stories è tutto in questo lento calvario di un’anima dannata. Rose sembra alla ricerca di un assoluto impossibile, o forse già perso. E in questa tensione affannosa, dolorosa, sembra non preoccuparsi di tutto ciò che le gira intorno e fa parte di lei. Dei figli, innanzitutto, al punto da arrivare a rivaleggiare con May per l’amore di Joe. C’è tutta la materia per un melodramma incandescente. Ancor più se si pensa che le vicende del film sono tutte vere, sono quelle delle infanzia del regista, che naturalmente si pone nell’ottica del suo alter ego, il piccolo Tom. E per questo il film raggiunge una sincerità indiscutibile, supportata anche dall’incredibile capacità degli attori protagonisti, da una Joan Chen vera e propria divinità folle e perduta ai giovanissimi Joel Lok e Irene Chen. Ma Tony Ayres, per distanziarsi dalle trappole emotive dell’autobiografia, cerca di mantenere un controllo oggettivo sulla storia, ponendosi quasi dall’ottica dell’osservatore esterno. Come se un’oggettività fosse possibile. Ayres non si chiede le motivazioni dei comportamenti della madre/Rose. Perché sa che è impossibile darsi una risposta. Il dolore rimane lì comunque, immobile. E lo dimostra proprio questo attenersi ai fatti. In realtà è un rimanere aggrappati, addirittura imprigionati a ricordi che non si può far altro che riportare sullo schermo. Soggettivamente. Al punto da tener fuori gli altri. Ecco perché non si può amare The Home Song Stories. Perché è come un film sotto vetro, che ci è dato guardare solo dall’esterno.
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