TORINO 25 - "Exodus", di Pang Ho-Cheung (Fuori Concorso)

Exodus è un viaggio attraverso lo smarrimento di un’ombra, che abdica alla ricerca della verità. Pang Ho-Cheung penetra in un territorio instabile e disturbante, fatto dello stesso vuoto mediocre nel quale sono immobilizzati i suoi personaggi, proiezioni di vita opache e senza personalità

exodusGià in concorso a San Sebastian, l’esodo del titolo del film di Pang Ho-Cheung è un viaggio mai compiuto, è il riflesso di un’ombra che avvolge tutta la pellicola, quella dello smarrimento durante il cammino, quella dell’uomo che abdica alla ricerca della sua verità, smettendo di credere in un altrove, e che dunque diventa materia inerte e passiva in una realtà dove non può esistere liberazione. La consistenza corporea, seducente nella sua decadenza, della Macao di Isabella cede il passo all’asetticità geometrica ed impersonale dell’Hong Kong di Exodus, inquietante nella sua assenza, dove Pang Ho-Cheung, attraverso un processo di radicale sottrazione, che nega continuamente ogni possibilità di fuga, riesce a spingere lo sguardo, in un territorio instabile e disturbante, fatto dello stesso vuoto mediocre nel quale sono immobilizzati i suoi personaggi, proiezioni di vita opache e senza personalità. Tsim Kin-Yip (Simon Yam) è un poliziotto di mezza età, senza prospettive, che ha lentamente esaurito anche l‘interesse un tempo provato per sua moglie Cheung Fong (Annie Liu), e che s’immerge nel caso di Kwan Ping-Man (Nick Cheung), un disadattato sorpreso a spiare alcune donne in un bagno, che sostiene di aver scoperto una cospirazione segreta ordita dal genere femminile per uccidere tutti gli uomini della terra. Senza concedere nulla, senza tracciare direzioni da seguire, Pang Ho-Cheung ritrae con una fissità rarefatta gli sforzi di Tsim Kin-Yip alla ricerca di indizi sulla cospirazione delle donne assassine, sforzi che non portano il suo protagonista a scoprire nessuna verità, perché Tsim Kin-Yip non è più in grado di cercare quella verità a cui finisce per preferire il luogo più facile, sicuro ed ovattato della passività, dove ad essere reale è solo ciò che viene ufficialmente definito come credibile. E alla fine del film, pur nella loro realtà, la cospirazione delle donne per uccidere tutti gli uomini, come anche l’universo assurdo tracciato nella scena iniziale - dove lentamente viene dischiuso uno spazio popolato da figure in maschera, boccaglio e pinne che picchiano violentemente con un martello un uomo steso a terra - tornano ad essere ricacciati nello spazio dell’indifferenza. La presenza di questo universo segreto e misterioso, che le indagini di Tsim Kin-Yip attraversano senza mai realmente percorrerlo, serpeggia silenziosamente nello spazio assente e statico di Exodus, avvolgendo tutto il film senza però mai occuparne la superficie, se non in una delle poche concessioni fatte da Pang Ho-Cheung quando penetra nel lato oscuro di Cheung Fong, svelando la sua partecipazione alla cospirazione ordita dalle donne per eliminare tutti gli uomini. I movimenti di Exodus non conducono a nulla, sono circoli vuoti privi d’azione che tornano su stessi, in un film dove niente si risolve e che è sospeso nella staticità dei silenzi, nelle improvvise cesure sonore che interrompono bruscamente lo scorrere della visione, nelle tinte desaturate che avvolgono lo sguardo in grigiore sinistro, nell’umorismo nero, allo stesso tempo grottesco e scioccante della bellissima scena d’apertura e di quella di chiusura del film.

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