TORINO 25 - "The Princess of Nebraska", di Wayne Wang (Fuori Concorso)

Tratto, come anche A Thousand Years of Good Prayers da un racconto di Yiyun Li, The Princess of Nebraska è l’immagine frammentata ed instabile di un corpo perso nel suo smarrimento e che fluttua in perenne movimento nello spazio, è il riflesso senza più unità di una forma destrutturata che non possiede un’identità

THE PRINCESS OF NEBRASKA«Una volta terminato A Thousand Years of Good Prayers, ho deciso, come spesso ho fatto con i miei lavori indipendenti, di farlo accompagnare da un film più leggero e girato con un budget molto basso. L’ho già fatto precedentemente con Mangia una tazza di tè e Life is cheap come anche con Smoke e Blue in the Face.» E lo spazio fisico della distanza di A Thousand Years of Good Prayers, che riflette il suo movimento oltre il vuoto che ferisce lo schermo, oltre l’immobilità dei corpi chiusi nella geometria statica del loro dolore, abbandona la compostezza dei riflessi lontani di esistenze perse nel tempo, che sussurrano dolcemente la loro scomparsa, per disegnare le pulsazioni intermittenti e disordinate di vita, che cercano inutilmente di dare una forma al presente, di The Princess of Nebraska. Tratto, come anche A Thousand Years of Good Prayers da un racconto di Yiyun Li, The Princess of Nebraska è l’immagine frammentata ed instabile di un corpo perso nel suo smarrimento e che fluttua in perenne movimento nello spazio, è il riflesso senza più unità di una forma destrutturata che non possiede un’identità. Proiettando lo sguardo, attraverso la continua contrazione e sospensione dell’immagine, nella stessa contraddittoria confusione e mancanza d’equilibrio della sua protagonista, Wayne Wang penetra nell’universo interiore di Sasha, una ragazza cinese che studia in America e che, dopo una breve relazione con Yang, un giovane bisessuale che interpreta ruoli femminili all’Opera di Pechino, arriva a San Francisco per interrompere una gravidanza di quattro mesi. Wayne Wang lascia aperta la narrazione, che è continuamente sospesa nell’ambiguità e nella negazione di ogni conclusione, che è attraversata da ombre senza storia, nello sguardo delle quali Sasha, in un vagare senza posa, si abbandona cercando il riflesso inesistente di un’identità priva di forma. Sasha scivola nella realtà che la circonda continuando, come lei stessa dice, «ad andare avanti» senza mai riuscire a fissare la sua presenza, cercando di trovare una speranza, alla quale però non riesce più a credere, nelle parole di Boshen, il compagno di Yang, che cerca di non farla abortire, cercando di abbandonarsi al calore dell’altro, come nell’incontro con una prostituta ed intrattenitrice in un karaoke bar, che l’inizia al suo lavoro, per riscoprire invece la distanza e la solitudine in cui è prigioniera. The Princess of Nebraska è la proiezione vivida e brillante, ed allo stesso tempo spettrale, di un’esistenza spaesata che reclama vita, che riflette il vuoto di una realtà disgregata, che simula la sua presenza filtrandola nell’immagine riflessa dalla videocamera del suo cellulare, attraverso la quale si ostina ad affermare la sua consistenza, moltiplicando invece la sua dispersione frammentata. Sasha è il corpo, continuamente negato nella sua interezza, di un’esistenza destabilizzata, senza più coerenza e senza più radici, quella di una Cina confusa in una modernità contraddittoria e senza riferimenti, che disegna nello spazio indifferente e lontano la sua perdita di equilibrio e la mancanza di un tessuto culturale e morale nel quale specchiarsi.

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