TORINO 25 - "Vogliamo anche le rose", di Alina Marazzi (Panorama Italiano)

Dopo Un’ora sola ti vorrei e Per sempre, la cineasta milanese sembra chiudere questa trilogia sulla condizione femminile con quest’altra straordinaria opera, che oltrepassa le barriere della forma-documentario per la sua di parlare e di far parlare in prima persona e di entrare con naturale complicità nella vita delle tre donne. Opera femminile ma mai femminista, dove in primo piano restano le esperienze e le emozioni

Assieme a Un’ora sola ti vorrei e Per sempre, Vogliamo anche le rose potrebbe costituire l’ultimo anello di una trilogia sulla condizione femminile. Se nello straordinario Un’ora sola ti vorrei c’era al centro la figura della madre Líseli Hoepli Marazzi inquadrata nella storia della propria famiglia e in Per sempre erano protagoniste alcune donne che hanno scelto la vita di clausura, Vogliamo anche le rose traccia il ritratto di tre donne (Anita, Teresa e Valentina), provenienti da diverse regioni italiane e di diversa estrazione sociale, che non si riconoscono nella società patriarcale e maschilista nella quale vivono. Ancora la voce e la scrittura diventano segni fondamentali da filmare nel cinema della Marazzi. Attraverso diari delle tre donne, letti dalla voce delle attrici Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti, la parola si trasforma in esperienza vissuta e apre potentemente squarci intimi del loro privato: l’emancipazione difficile di una ragazzina da un padre oppressivo, l’aborto clandestino di un’adolescente e l’esperienza di una femminista divisa tra amore e militanza. Vogliamo anche le rose conferma come il termine ‘documentario’, genere con il quale vengono definiti i suoi film, sia riduttivo. Anche questo film infatti non è soltanto un lucido e rigoroso ritratto dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta (così come Un’ora sola ti vorrei era  anche uno squarcio sul nostro paese), ma ha la capacità di entrare con forza, con sincerità, con naturale complicità nell’intimo delle tre donne facendo sentire più il proprio dolore privato (il racconto dell’aborto clandestino è tra le cose più forti del cinema italiano degli ultimi anni), e comunicandolo con un’intensità e un’immediatezza sconvolgenti. Le testimonianze e i filmati costituiscono davvero il corpo unico di un’opera che non solo parla in prima persona ma fa parlare tutti direttamente come condizione dell’accumulo di un’opera corale, femminile ma mai femminista, dove in primo piano restano le esperienze e le emozioni. Senza nessun filtro protettivo.

 

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