TORINO 25 - "The Woven Stories of the Others", di Sherad Anthony Sanchez (Concorso)

Pellicola barricadera nella forma e nel contenuto, divisa tra vecchio e nuovo, tra tradizione e innovazione, con lampi mistici ed esoterici senza capo né coda: l’esordio del giovane filmmaker filippino Sherad Anthony Sanchez, classe 1984, a tratti interessa per poi perdersi clamorosamente in un convulso misundertanding narrativo ed emotivo   

Cosa ci faccia un film del genere, realizzato da un 23enne filippino al primo lungometraggio, in un Concorso altresì zeppo di buoni lavori ma senza dubbio uniti da uno stile piuttosto tradizionale, pur se nella “tradizione” del cinema indie americano, non ci è dato sapere. Siamo chiari, ciò che separa questa pellicola dalle altre appartenenti al Concorso non è tanto il  valore estetico, su cui possiamo discutere fino a notte inoltrata, quanto piuttosto la qualità della realizzazione, nei mezzi che vengono messi in campo. Lungi da noi fare un discorso meramente economico ma il cinema è fatto anche e soprattutto dai soldi, ci spiace per i puristi: fatto sta che The Woven Stories of the Others del filippino Sherad Anthony Sanchez è un film precario, nel senso stretto del termine, girato davvero con quattro soldi e con un’attrezzatura audio-video da cortometraggio targato DAMS inizi anni Novanta, tanto da far sospettare che sia stato realizzato con uno di quei fondi-capestro che affollano le nostre università. La scelta del regista di inoltrarsi nella regione di Mindanao, nel Sud delle Filippine, terra al centro dei soliti conflitti socio-economici mascherati da religiosi tra musulmani e cristiani, è già di per sé meritoria, come a sfidare un silenzio imposto dalle armi automatiche dei guerriglieri e dell’esercito: ma nel raccontare i miti e le leggende del posto, insieme ad una realtà fatta da quella che è a tutti gli effetti una guerra civile, il regista sembra perdersi e soprattutto dà l’impressione di procedere per strappi, per tentativi. Il risultato è una pellicola non riuscita, estremamente discontinua, ambigua nel suo voler essere docu(mento) e fiction, giovanile soprattutto nel mostrare fin troppo didatticamente le proprie ispirazioni: d’accordo i lampi di Apitchapong Weerasethakul tanto sbandierati nella sinossi, anche se non basta una foresta a fare un film, ma c’è anche molto del malese Amir Muhammad in questa pellicola, in particolare per tutto quel retrogusto insurgente, con storie di militanza e di resistenza comunista del tutto simili a quella raccontate dal regista di The Last Communist qualche migliaio di chilometri più in là…

In fin dei conti quest’opera l’avremmo sicuramente potuta apprezzare di più se solo le fosse stata trovata una collocazione più adatta, borderline, consona ad un discorso filmico così frammentato e decentrato.

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