Torino 25 - "The Replacement Child", di Justin Lerner (La Zona)
Il saggio finale per un master di regia all’UCLA, cortometraggio di 25 minuti di un giovane regista della Pennsylvania, ci immerge nella provincia rurale americana languida e immobile, con un adolescente che ha adottato una bibbia e una canzone in riformatorio, diviso tra misticismo, rabbia e amicizia eterna.

Justin Lerner nasce in Pennsylvania, dopo una certa esposizione al pensiero religioso cattolico ed ebraico (i genitori) nonchè quacchero (la scuola della sua infanzia) giunge alla conclusione, a trent’anni, di non credere in un dio, ma resta profondamente affascinato dalle possibili avvincenti combinazioni di religione e fanatismo, e dalla volontà di non conformarsi a un certo fragile manicheismo, che sembra piovere su tanto cinema esclusivamente per calcolo di sceneggiatura. Sceglie così di girare il suo saggio finale per un master di regia all’UCLA, un cortometraggio di 25 minuti, a Wayland, in Massachussets: verande coperte, furgoni abbandonati nei campi, filari di grano, lo spaccio aperto da anni con un vecchio gestore in camicia, languore di salotti addormentati in cui si consumano tragedie familiari che restano al di là delle porte di ingresso, paesaggio di scritture essenziali e amare - Sherwood Anderson o Richard Yates, per esempio, che seppero raccontare il calore immobile e vischioso della provincia rurale americana in tutta la sua bellezza spossata e in tutta la sua rigida ipocrisia. L’eroe che torna a casa, ma non trova spazio possibile nemmeno per esprimere il suo desiderio di cambiamento, è Todd Turnbull, poco più che adolescente, colpevole di aver percosso violentemente il suo patrigno in un’esplosione di rabbia, ed è romantico fuorilegge western nelle intenzioni del giovane regista, intenzioni dichiarate, e esplicitate in tante scelte stilistiche: i primissimi piani e il dettaglio degli occhi nella dinamica del duello tra pistoleri, la nota delle carte da gioco di donnine nude, la “rieducazione” della contenzione, il ritorno in un ambiente asfittico e percorso da una malsana ma non sempre percettibile follia religiosa e quello, altrettanto fatale, al ricorso a una necessaria durezza per salvare la vita di un amico, eterno complice, fratello. Le tappe del ritorno di Todd, benché l’inizio del corto ce lo mostri innamorato di Dio e posseduto da un gospel luminoso, immerso nel canto, portano alla tragedia, è solo questione di tempo: c’è eroe, in realtà, se non nella comunità, che sempre tenta di tutelare la propria locale leggenda negativa: l’adolescente è in guerra in una condizione di impotenza e di insofferenza modellata a passi, piccoli indizi, sfumature di veleno: la sfida a non reagire (cure ludovico del poliziotto locale) una madre che è tutta distacco imbarazzato, lo sbarramento del coro di musica sacra, la ex ragazza ancora amata munita di un nuovo uomo e una nuova pancia,
il suo vecchio lavoro in un fast food (dove Todd è stato egregiamente sostituito, cosa di cui viene immediatamente informato, dal figlio down del titolare, che lo minaccia di sorridere costantemente ad ogni cliente). E soprattutto l’amatissimo amico Michael, il suo letto immerso nella luce pomeridiana, il suo sangue nella tosse e una congrega di familiari rigidi come le figure di Spoon River che pregano vanamente per un miracolo, rifiutando a Michael l’intervento di un dottore; resta impressa, nel finale, l’immagine intensa di Todd che scende le scale (con in braccio il suo amico dai lineamenti delicati, quasi morente, che indossa un pigiama candido, scultura sacra di adolescenti) metà pistolero, metà orfano di istituto, che anche a costo di utilizzare una violenza che certamente sarà ancora fraintesa, sceglie di salvargli la vita, e subito dopo, si distende in un prato, mentre riesplode il gospel a coprire ogni voce e ogni rumore…
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