TORINO 25 - "An seh (Those Three)" di Naghi Nemati (Fuori concorso)
Nella neve terra e cielo si confondo. E nel quadro bianco si muovono personaggi che perdono corpo per diventare figure, segni, idee. Il racconto si fa parabola, in cui politica e metafisica s’intrecciano sino a confondersi anch’essi. Ma nel candore neutro non c’è alcuna eco di dolore, di una ferita settica
Con la neve, terra e cielo si confondono. E si confondono anche le cose della terra e le cose del cielo, gli interrogativi sul perché e sul come stare al mondo. Ecco. In An seh, esordio nel lungometraggio dell’iraniano Naghi Nemati, la riflessione politica s’intreccia sempre con la questione metafisica, fino a confondersi anch’esse. In una zona disabitata, sommersa dalla neve, tre soldati scelgono di disertare e fuggono dal loro corso di addestramento. Alla ricerca di un villaggio, s’imbattono in un gruppo di contrabbandieri e poi in una donna incinta, abbandonata, che si unisce a loro. Il gruppo trova sulla sua strada solo un villaggio deserto ed è costretto a proseguire il viaggio, nel tentativo disperato di trovare un riparo. Nel quadro completamente bianco, neutro e indifferente, si muovono personaggi che inevitabilmente perdono corpo, per diventare, ancor più che fantasmi, figure, rimandi a qualcos’altro, segni, idee. Il racconto si fa parabola, puntando scopertamente al simbolico. Ed ecco emergere la situazione dell’Iran, del tentativo vano (dell’artista) di trovare uno spazio residuo di libertà in un sistema fondamentalmente oppressivo, pur se mascherato da democrazia. I fuggitivi, addirittura, indossano cappotti e cappelli russi, quasi a tradire la propria appartenenza. Ma il regime vive delle sue formule vuote, apparentemente senza senso (i comandi dell’ufficiale a capo del gruppo di soldati), per privare il corpo di ogni forza, di ogni materialità, riducendolo a innocua evanescenza. E intorno costruisce uno spazio vuoto, ermeticamente chiuso, inviolabile. Ma Nemati parla anche di un mondo meravigliosamente indifferente, immobile e terribile nella sua impassibile bellezza. Un universo in cui gli uomini, stretti in un’alleanza quasi obbligata, cercano una strada, che, forse, non può che coincidere con la morte. Echi di Yol, de Il tempo dei cavalli ubriachi, ma nel bianco di Nemati non c’è il dolore a contaminare la neve, la ferita settica del cinema di Güney o Ghobadi. Passano le idee, ma non la vita.
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