TORINO 25 - "Song", di Antoine Barraud (Zona)
Piccolo grande miracolo a budget e script esiguo, con sorprendente libertà formale – Barraud reinventa l’impasto audiovisivo del digitale come continuo confondersi di segni e frammenti, appunti segnati direttamente sull’immagine e graffi impressi nel sonoro: il film si scrive letteralmente sui corpi dei protagonisti, sulle loro mani, sui loro occhi che guardano il cielo.
Ancora piccoli dei in quel ‘nuovo’, ‘giovane’ (che fastidiose e stupide catalogazioni…) cinema europeo che più ti trafigge lo sguardo e il cuore inaspettatamente nel corso delle visioni festivaliere: come Small Gods del fiammingo Dimitri Karakatsanis che illuminò l’ultima Settimana della Critica a Venezia 64 di struggenti suggestioni immaginifiche che ancora galleggiano sulla nostra retina bagnata da lacrime di cinema, Song di un altro esordiente che si è fatto le ossa nei cortometraggi (visti in Italia al Lucca Film Festival ma anche nelle scorse edizioni della manifestazione torinese), il francese Antoine Barraud, è un altro piccolo grande miracolo dal budget esiguo, una sceneggiatura scritta scena dopo scena mentre l’operatore continua a riprendere tutta la vita che gli passa davanti l’obiettivo, e una meravigliosa, sorprendente freschezza e libertà formale che si traduce in sequenze di un’intensità che scuote lasciando tracce nel profondo – reinventando l’impasto audiovisivo del supporto digitale come un continuo confondersi di segni e frammenti, appunti segnati direttamente sull’immagine e graffi impressi direttamente nel sonoro: il film si scrive letteralmente sui corpi dei protagonisti, sulle loro mani, sui loro occhi che guardano il cielo – perché il cielo digitale non è un cielo in pellicola (vero David Lynch? vero Michael Mann?), e una voce non impressa su alcuna pellicola fa più paura, perché resta lì sospesa a mezz’aria in un limbo così lontano, così vicino, per cui la sua eco rimbomba per le sale svuotate delle immagini in DVcam: “tu non mi hai mai amato” – una voce di donna al telefono. E il protagonista si perde in una mappa allucinata tra Taipei e Tokyo che è anch’essa puro tratto al neon, puro segno evanescente, perduto nella traduzione, inafferrabile e impossibile da dare all’immagine se non per brevi squarci, piccole intuizioni e rivelazioni dello sguardo: come un’epifania che ti coglie improvvisa guardando un soffitto, una sconquassante scena di danza tra due corpi che si amano sfiorandosi vicino ad una finestra, due mani che si intrecciano ripetutamente, un essere umano alla deriva che pare essere incollato all’occhio della videocamera, che dietro alle sue spalle barcolla, sbanda, cade e si rialza come e insieme a lui. Antoine Barraud imbastisce tutto sulla sua stessa figura, facendosi braccare protagonista della sua stessa canzone dall’occhio della mdp, mentre la piccola dea che non gli offre salvezza, non gli offre redenzione, non gli offre felicità, ma quantomeno un riparo e una spalla nuda su cui continuare a segnare a penna gli indispensabili appunti di cui l’uomo va riempiendosi le mani, è stavolta la straordinaria Lu Yi Ching dei film di Tsai Ming Liang: sono loro due a dare vita al balletto dolente, spesso disperato e mai liberatorio di questa song tra due figure in avvicinamento continuamente ostacolato da elementi esterni ed interni (interiori?), tra cui il più evidente è il bambino accudito da lei, come in quella davvero insostenibile e dolorosissima scena in cui Antoine continua ad accarezzare la donna mentre tiene in braccio il bambino, e lei disarmata e disarmante continua a ripetere “no, no, non mi piace così” a mezza voce, guardando altrove. Piccole sequenze che sembrano catturate da un occhio sempre vigile e pronto a farle proprie, come uno sguardo che si gira di scatto perché vuole assolutamente tornare su di una visione sorprendente che ha colto di sfuggita con la coda dell’occhio, che ce le restituisce evitando di raffinarle troppo nel procedimento, ma anzi lasciandole quasi intatte in tutta la loro potenza e incredibile forza espressiva.
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