TORINO 25 - "Der Rote Elvis", di Leopold Grun (Lo Stato delle Cose)

Grun sembra sottolineare come Reed, cantante di rockabilly alla Presley finito a fare il cantautore politico nella Germania dell’Est, a Mosca, e nel Cile di Allende, non abbia mai in realtà abbandonato gli ideali dell’american way of living, ma che anzi li considerasse molto vicini alle teorie sviluppate dagli storici pensatori rivoluzionari.

L’Elvis rosso a cui allude il titolo è Dean Reed, “rockstar, cowboy, socialista”, come si legge sulla locandina di questo classico documentario del professionista Leopold Grun, ricostruzione serrata e a gran ritmo della ‘vicenda esistenziale’ dell’artista di Denver, Colorado, condotta spianando le armi puntuali ed efficaci del genere: filmati di repertorio, ricostruzioni, interviste “a chi gli è stato vicino” e ad opinionisti importanti come Isabel Allende e la star del cinema tedesco Armin Mueller-Stahl. Cantante di rockabilly alla Presley, Reed abbandona presto gli Stati Uniti in preda al sacro fuoco dell’impegno politico dissidente – finisce a cantare e recitare nella Germania dell’Est in piena guerra fredda, a Mosca, e nel Cile di Salvador Allende. In Italia fa capolino in qualche spaghetti western (e come avrebbe potuto essere altrimenti…), tra cui Dio li crea…io li ammazzo!, Storia di karate, pugni e fagioli, e il cultissimo Indio Black, sai che ti dico: sei un gran figlio di… di Gianfranco Parolini, al fianco di Yul Brinner. Per il resto incita le piazze con la sua chitarra al canto di El pueblo unido jamas sera vencido, saluta i fan a pugno chiuso, lava la bandiera americana “lorda di sangue vietnamita” di fronte all’ambasciata del suo paese, viene più volte arrestato, ha svariati matrimoni e diverse storie d’amore anche in contemporanea, torna in America giusto il tempo di comparire a 60 Minutes e destare scandalo con i suoi ideali combattenti, poi lo trovano morto in un lago: acqua troppo fredda, forse suicidio, ma ovviamente per altri è stato ammazzato da una malvagia cospirazione. Grun sembra sottolineare come Reed, questo belloccio biondo ed aitante, non abbia mai in realtà abbandonato gli ideali dell’american way of living, ma che anzi li considerasse molto più vicini alle teorie sviluppate dagli storici pensatori rivoluzionari, socialisti e comunisti, di quanto essi venissero a conti fatti messi in pratica nella realtà degli Stati Uniti. Ce n’è abbastanza per 90 minuti di documentario senz’altro appassionanti e spesso in un certo senso ‘divertenti’, in cui c’è anche la possibilità di stupirsi per la meravigliosa ed amabile ingenuità dei film tedeschi di propaganda anti-USA prodotti dalla DEFA con Reed protagonista, tra cui spezzoni da un La vita di Buono-A-Nulla che pare un capolavoro on the road, e una sequenza quasi degna del miglior Peckinpah (ralenti, audio e musiche ‘in ritardo’, montaggio straniato) tratto da un modernissimo Fratelli di Sangue sui nativi americani sterminati dalle giubbe blu, che non vediamo l’ora di recuperare da qualche parte.

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