TORINO 25 - Ran Slavin: scultore audiovisivo tra la dipendenza dalla terra e lo sfruttamento della terra...

Folgorante scoperta nella sezione “La Zona” del festival: stupenda sinestesia audiovisiva di interferenze e convergenze, di tensione e caos. L’artista israeliano, già ospite alla Biennale di Architettura a Venezia, segna il passaggio dalla materia inanimata alla materia meccanizzata. Slavin segue l’immagine e il suono in quanto paradossi del tempo e dello spazio, mostrando la grande fossa comune dell’indifferenza che ci inghiotte

insomniac cityRan Slavin (nato a Gerusalemme), artista concettuale, lavora con le varie forme dell’audio e del video, sfruttando l’interazione fra cinema, musica digitale e acustica e pittura. Attivo sulla scena mondiale della musica e dell’arte contemporanea, ha dato vita a un’opera
multisfaccettata, profondamente urbana, cupa e spesso surreale. Le sue installazioni sonore sono una fusione di processi sonori e di manipolazioni elettroacustiche, sovente derivate dal pianoforte e dalla chitarra, mentre i suoi film, vere e proprie esplorazioni delle potenzialità espressive dell’audiovisivo, si basano su un montaggio antinarrativo, sulla manipolazione della durata temporale, sull’interazione di elementi come il colore o la velocità delle immagini, in una sorta di flusso di coscienza visivo e sonoro. Per queste sue particolari creazioni, Slavin ha anche creato un programma per il controllo delle immagini e del suono in tempo reale: una piattaforma in cui il suono e l’immagine si giustappongono in un flusso di immagini, forme e superfici. Folgorante scoperta nella sezione “La Zona” del festival, l'unica sezione probabilmente capace di divincolarsi dalle affinità del passato TFF, trovando il coraggio di sorvolare nuovi terrotori che non fossero annacquati dall'ombra della pesante eredità. Domanda: non saranno proprio quelle stesse affinità riscontrate quest'anno ad aver scatenato il putiferio polemico del passato entourage? Stupenda sinestesia audiovisiva di interferenze e convergenze, di tensione e caos. A Torino, per la prima volta in Italia, presentate alcune sue opere più recenti, fino all’ultima, Insomniac City, una sorta di film di fantascienza noir sperimentale. Una mediazione sulle conseguenze estreme della vita urbana contemporanea. Molto più narrativo dei precedenti lavori, ma Slavin pare intenzionato a completare il giro, cercando di sperimentare nuove strade creative sempre più “melodiche”. Il suo set però resta sempre ambientale e astrattamente cinematico, e incorpora testi eseguiti in real time. Cresciuto con il rock, punk, metal e la “click music”, Slavin tratta parole, toni, colori e linee come astrazioni fisiche e soltanto nell’astrazione riesci a distinguerle. Come quando nella realtà chi guarda un quadro con gli occhi, parla anche verbalmente con se stesso. L’errore è il suo metodo compositivo: il suo sguardo non è un prodotto di un autore separato dal mondo, ma di popolazioni, di bande di sognatori insonni, tra cui avviene quell’ascolto e quella visitazione fantastica. Non è, come apparentemente sembra, un’elegia dell’alienazione, ma un inno alla vita come fenomeno vegetativo dove tutto è collegato e animato. Slavin racconta di popolazioni e di bande sonore e sognatori sbandati, passionali, esposti alla fatalità degli stimoli e del destino. Come nella purezza e la bellezza dell’insuccesso, così è l’opera di Slavin: anacronistica, inqualificabile, ingiusta, imperfetta, frammentata, composta di tratti folgoranti, di razzi illuminanti. Possiede un’inclinazione per la fuga, perché l’amore lo porta a seguire le sue passioni: è un grande osservatore e camminatore che mostra la grande fossa comune dell’indifferenza che ci inghiotte.

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