TORINO 25 - "Farkas", di Tamás Tóth (Fuori concorso)
Nikolai Sergelevich "risolve problemi" grazie all'alcool, alla possessione divina, al gelo siberiano e alla conoscenza della natura (vampirica) umana: Farkas si nutre dell’umorismo magico e tragico che illumina tante pagine di Bulgakov o di Gogol’ - un sistema di pensiero satirico, peculiare e difficilmente imitabile, strettamente imparentato allo spazio e alla forma di un territorio (anche mentale, come avviene in altre geografie, Kaurismaki ad esempio), dove il comico è già tutto nell’assurdità maligna del ciclo vitale dell’intero universo
Nella cultura russa e in quella ungherese i vampiri non hanno niente a che fare con l’immagine del vampiro dandy di aristocratico pallore: hanno guance rosse per l’alcool e il sangue di cui si sono ingozzati nelle loro gite notturne fuori porta (dal cimitero o dai boschi in cui sono stati seppelliti, dei rozzi contadini, o meglio i loro cadaveri deambulanti, raggiungono le fattorie isolate dal gelo e dalla vastità degli spazi, per soddisfare una fame più elementare e meno erotica di quella che gli verrà attribuita dalla letteratura inaugurata da Bram Stoker) attaccando volentieri le vittime più deboli, dai bambini agli animali domestici, ignorando i gusti raffinati dei gentiluomini in mantello nero e incarnando una creatura brutale, grossolana, una figura già completamente animalesca, che lo stare sospesa tra vita e morte non rende certo più eterea rispetto alla sua misera esistenza passata. Anche lo sciamano è il privilegiato interlocutore dei vivi e dei morti, e degli animali (umani e non): l’attore Aleksandr Bashirov, che interpreta Nikolai Sergelevich, lo specialista “risolutore di problemi” chiamato a discutere con uomini, lupi e renne in questo sorprendente Farkas (girato in Siberia da un regista ungherese) è stato anche il grosso, comico gatto-demone Behemot nella versione de Il Maestro e Margherita di Bulgakov realizzata da Vladimir Bortko per la tv russa: costui si esibisce in un trionfale ingresso barcollante per il malore dell’aereo (e probabilmente l’ubriachezza) che si nutre dell’umorismo magico e tragico che illumina tante pagine proprio di Bulgakov o di Gogol’ - un sistema di pensiero satirico, peculiare e difficilmente imitabile, strettamente imparentato allo spazio e alla forma di un territorio (anche mentale, come avviene in altre geografie, Kaurismaki ad esempio), dove il comico è già tutto nell’assurdità maligna del ciclo vitale dell’intero universo: in Farkas la minaccia del vampirismo è subito anche quella della natura umana, in cui un predatore non agisce necessariamente in virtù di un incantesimo soprannaturale.. (l’elicottero della compagnia petrolifera utilizzato come “magico” mezzo di trasporto). Invece di giocare semplicemente con il mito, la magia e la leggenda vampirica, Farkas illustra anche come si fabbrica, mentre si fabbrica, una tradizione folkloristica (dopo poche ore dal suo arrivo, già Sergelevich è già modello di seduttore, l’oggetto di desiderio
della piccola comunità e come tale fa nascere le prime fantasie sul suo conto); è un oggetto particolare che si distacca anni luce da un generico vocabolario fantastico di intrattenimento cinematografico, quanto di fare leva su uno stupore esotico: l’uso della musica (l’avant-folk di Zoltan Krulik & Makám) e le donne di etnia Mansi, anche in abiti tradizionali, sono lontanissimi dalla rappresentazione “in costume”: ecco solo l’apparizione di tre magnifiche bambole rugose che intonano una canzone, e che “abituate a rianimare i mariti ubriachi e congelati” circondano lo sciamano smarrito (il volto del suo primo amore è quello di una bambina nel blu cianotico dei sogni) saggio dionisiaco o truffatore (una voce da narratore delle fiabe ci avverte: non è dato saperlo, o forse non fa tanta differenza) ma in ogni caso, in grado di aderire alle ombre con il suo corpo: il suo invito apparentemente sconclusionato, di fronte al silenzio o ai racconti dei testimoni di un misterioso massacro che delle vittime lascia soltanto la pelle e il pelo, è a danzare follemente (il “consiglio” dello sciamano con gli abitanti del villaggio nella cantina chiamata “club”, una grande stanza che per l’illuminazione e la prossimità dei viventi con una natura spettrale potrebbe appartenere al set di Inland Empire, e diventerà più tardi una sala per soli uomini, per ballerini disabili, che ricorda il pub fuori dal mondo “civile” di Calvaire). Dei diversi film coperti di neve del Festival quello di Tamás Tóth è un esemplare unico e prezioso, in cui un Male non identificato arriva di corsa come in Evil Dead e ringhia per un attimo davanti a una porta, inseguito da pastori con torce e fucili, ma mutando continuamente forma si dimostra irrimediabilmente obliquo e imprendibile; e mentre tra soluzioni anche tecniche e pittoriche originali (ma tutto il film contiene un fascino invasivo e difficile da evocare, proprio come uno spirito) si assiste a un forsennato accerchiamento a opera di un enorme branco di renne, che rompono la distesa di bianco come un grande corpo unico che contiene centinaia di demoni. Qualcosa di molto simile a un essere umano.
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