TORINO 25 - "Adeul / My Son", di Jang Jin (Fuori Concorso)
Un padre in prigione, un figlio adolescente fuori e un permesso di 24 ore dove potersi, finalmente, vedere: il film del coreano Jang Jin è la dimostrazione vivente che il cinema ha sempre bisogno di favole. Peccato che questa ennesima fiaba presentata al Torino Film Festival verrà ricordata soprattutto per certe sue omissioni e per alcune scelte narrative altamente discutibili.
Un padre in prigione, un figlio adolescente fuori e un permesso di 24 ore dove potersi, finalmente, vedere. Eccola l’ennesima favola vista sotto la Mole, probabilmente l’ultima: viene dalla Corea del Sud, il paese la cui selezione doveva essere la migliore, e invece è risultata alquanto discutibile. Si, d’accordo, i gusti sono gusti, ma certe impressioni sono figlie del buonsenso piuttosto che di un pensare soggettivo: Adeul / My Son, del coreano Jang Jin (conosciuto soprattutto dai frequentatori del Far East di Udine per film come Murder, Take One e Someone Special, pellicole sempre discrete, divise tra la commedia e il dramma), è uno di quei film costruiti con la sola idea di irretire lo spettatore, attaccandolo alla gola con i sentimenti, per poi sconvolgerlo con un finale a sorpresa da dargli in pasto quando meno se lo aspetta. In particolare, My Son adotta un coupe de theatre non solo totalmente inutile, ma soprattutto privo di ogni senso logico (se non quello illogico di voler fare qualcosa di diverso da solito…): per far ciò, il regista, non esita a piegare la storia in funzione di quello che gli serve, sconvolgendo tutto e seminando incongruenze narrative lungo tutto il film. Ma forse andrebbero chiamate “scorrettezze”, vere e proprie, visto che, dopo la rivelazione sull’identità di uno dei protagonisti, nel volgere il proprio sguardo verso il resto della pellicola ci si accorge che qualcosa non torna proprio: soprattutto, perché nell’utilizzo dell’espediente narrativo dello svelamento dei pensieri dei protagonisti (tra cui un gruppo di anatre: forse questa scivolata trash se la poteva anche risparmiare…) non si fa scrupolo di utilizzare quelli del “finto” figlio come se fossero quelli del vero figlio?
Non si capisce proprio il motivo di questa scelta che, senza dubbio, macchia indelebilmente un’opera, magari non eccelsa, ma potenzialmente interessante: buona la prova degli attori, ad esempio, e anche alcune scene paiono belle e funzionali, soprattutto se prive di quella voce fuori-campo un po’ fastidiosa e ingombrante che fa quasi da contrappunto sonoro alle gesta dei protagonisti. Folgorante, in particolare, la scena notturna nella quale padre e figlio si lanciano in una corsa a perdifiato lungo la città, dopo tutta una giornata passata insieme dove regnavano incontrastate la freddezza e l’immobilità. Davvero uno squarcio di vita ben delineato.
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