TORINO 25 - Il cinema di Anna Biller (Lo stato delle cose)
I film della regista americana costituiscono un catalogo di luoghi comuni, tipi, situazioni, che rispondono a un immaginario (femminile) diffuso. Un lavoro sui cliché che si riflette sull’attenzione ai generi. Ne viene fuori un universo che ha rinunciato alla verosimiglianza per sposare la causa della “mistificazione”
Three Examples of Myself as Queen: la protagonista che diventa, di volta in volta, regina triste, ape regina, la regina Poinsettia. Da un mondo preso a prestito dalle Mille e una notte sino ad arrivare a un divertissement beatnik, passando per la favola e il musical. Sembrano recite amatoriali che si propongono come un cinema dell’immaginario femminile. In questo senso i film di Anna Biller costituiscono un catalogo di luoghi comuni, maschere, situazioni, che popolano una favola che sembra già di conoscere, rispondono a un immaginario diffuso, tale da sfiorare il cliché. L’eroe biondo/principe azzurro, il cavallo bianco, il castello incantato, il diavolo tentatore, la vittima sacrificale che attende la salvezza. Un mondo di Oz (non a caso molto amato dalla Biller), che di per sé esprime la volontà di un lavoro sui cliché (o archetipi?), base ed espressione del modo di sognare e di pensare comuni. Un lavoro che naturalmente si riflette, dal punto di vista cinematografico, sull’attenzione ai generi. Il western in A Visit From the Incubus, il giallo psicologico (tra Tartufo e Lang) in The Hypnotist, la sexploitation anni ’60 e ’70 in Viva. La Biller li ripropone con precisione e un’aderenza di stile maniacali, ma nella sua rivisitazione rimane sempre presente, viva (appunto), un’ironia più accondiscendente che dissacrante, indizio consapevole della rappresentazione di un universo comunque spostato verso il fantastico. Un universo che ha palesemente rinunciato alla verosimiglianza, per sposare la causa della “finzione”. Tutto è finto. Dal dominio assoluto del décor ai costumi, dalle acconciature ai trucchi (la barba finta del dottor Schadenfreude, le evidenti parrucche dei protagonisti maschili di Viva), tutto è talmente sovraccarico, da essere più fedele a un’immagine che alla realtà delle cose. Un’immagine influenzata dal modo in cui si è data la rappresentazione di un certo ambiente o di un certo momento storico. Un vero e proprio cinema pop art, in cui confluiscono e si riciclano altre visioni e suggestioni (anche queste luoghi comuni): design, musica, pubblicità, whisky e playboy. Artificio delle immagini, che si riproduce nella recitazione degli attori (le risate finte di Mark/Jared Sanford!), assolutamente “incredibile”, artificiale come le superfici laccate delle case di Viva. Il punto è che questa ostentata finzione non è volta a uno straniamento che si traduca in un atteggiamento distante e critico sul narrato. La falsificazione diventa mistificazione, come dice la regina Poinsettia, in ciò rievocando implicitamente la fede in un inganno affabulatorio. Il mondo “finto” di Anna Biller è un pianeta virato in rosa, popolato da incubi e sogni dell’universo intimo femminile. E, naturalmente al centro, il desiderio sessuale, vissuto dalle protagoniste tra attrazione e ritrosia, tra spontaneità vitale e convezione sociale. Un desiderio che, comunque, è sempre il motore dell’azione e che squarcia il velo della finzione, per far diventare la favola più vera del vero.
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