VENEZIA 58 – Cinema di parole e sguardi: "Daniéle Huillet et Jean Marie Straub Cinéastes"

Pedro Costa dimostra di aver imparato a perfezione la lezione straubiana, e di saper accarezzare come pochi gli spazi e i volumi delle cose, di riempire e saturare ogni fotogramma con la semplice presenza di “due esseri”, una moviola ed uno st

“La stanza di Jean-Marie e Danièle”: potrebbe essere questo il titolo più suggestivo per il film – documentario che il regista Pedro Costa ha dedicato a Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, coniugi inseparabili e cineasti della modernità per antonomasia. Invece « Danièle Huillet et Jean – Marie Straub Cinéastes – Où gît votre sourire enfoui?! » ruba il nome all’articolo che Thierry Lounas, collaboratore di Costa nella realizzazione del film, ha pubblicato sul n°509 dei Cahiers du Cinéma, raccontando il set di “Von heute auf morgen”, appassionata e schönberghiana elegia d’amore.
Canto passionale che contagia anche le inquadrature rubate da Costa al mestiere di regista degli Straub e svela un’inaspettata sensualità, un desiderio pulsante che traspare dai lunghi piani fissi, dai continui giochi di luci e ombre, dai corpi dei due attori/registi racchiusi nel rettangolo di una macchina da presa ossessiva ed insistente, caparbia nel cercare un volto, ostinata nel frugare fra l’oscurità di una cabina di montaggio, fra i fotogrammi sospesi di Sicilia!, penultima fatica della coppia francese.
E mentre la Huillet esegue perfetti esercizi di moviola, Straub traccia gli assi cartesiani del suo cinema: una creazione artigianale che è duro lavoro sul testo, su un’idea che cerca disperatamente una forma sullo schermo, una materia che si lascia intagliare con fatica e sudore dello sguardo. Un atto di resistenza, una lotta di classe fra il tempo e lo spazio che occupano ogni singola inquadratura, fra cellule di cinema che sfuggono al tessuto connettivo della pellicola.
Ma Danièle Huillet et Jean – Marie Straub Cinèastes è soprattutto un film di Pedro Costa, giovane regista portoghese che dimostra – dopo splendidi ed invisibili film come “Casa de lava”, “O Sangue e Ossos” - di aver imparato a perfezione la lezione straubiana, di saper accarezzare come pochi gli spazi e i volumi delle cose, di riempire e saturare ogni fotogramma con la semplice presenza di “due esseri”, una moviola ed uno studio in penombra.
Cineasta dell’attesa e della pazienza, Costa lascia gli attori liberi di esibirsi davanti alla macchina da presa, di stemperare la durezza della durata delle sequenze con una battuta, un ricordo che affiora lontano, un battibecco fra marito e moglie che sembra scritto da Garson Kanin per una vecchia commedia di Cukor. Poi tempo e spazio cessano di lottare, il cinema si ricompone in un ritmo di parole e sguardi, timing d’amore e d’affetto, e le immagini di “Sicilia!” corrono via sullo schermo.
“Danièle Huillet et Jean – Marie Straub Cinèaste” è la storia del sorriso eterno fra un uomo ed una donna, è la storia del cinema come passione infinita, atto di fede e resistenza. E nell’ultima inquadratura la luce penetra e dirada il buio, il lavoro è terminato, gli attori escono di scena. Rimane solo Jean – Marie Straub, seduto sugli scalini della sala, illuminato a fuoco dalla macchina da presa, finalmente catturato e percepito da un’immagine. Un po’ come Buster Keaton nel finale di “Film” di Samuel Beckett.

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