"L'uomo d'acciaio", di Zack Snyder
Adattando per la sesta volta sul grande schermo il celeberrimo supereroe della DC Comics, Zack Snyder perpetra una delle più potenti sfide all’occhio umano partorite nell’ultimo decennio, risolta in una stra-ordinaria esperienza spettatoriale più fisica che emotiva. Si configurano urgenti quesiti contemporanei in quest’immagine autosufficiente che vive delle e nelle sue infinite traiettorie di luce…
L’inquadratura, davvero, non basta più. I nostri occhi, anche muniti di occhialetti, non bastano più. E allora sembra sempre più manifesta quella tensione neo-avanguardista di un certo blockbuster hollywoodiano (da Abrams a Bay, da Bird a Fincher, passando ovviamente per Cameron e Raimi) che non sta solo tentando di ri-mediare gli statuti compositivo/narrativi del più fulgido “figlio del Novecento” in piena era di digitalizzazione di massa, ma sta cercando persino di evadere dallo schermo (anche letteralmente, con il 3D) per porsi ancora una volta come interlocutore privilegiato del Tempo che vive. Il nostro presente. E allora eccolo Zack Snyder portare al limite estremo la sua concezione di cinema ipertrofico e potenziato, adattando per la sesta volta sul grande schermo il celeberrimo Supereroe della DC Comics in questo rischioso e ambizioso reboot.
Andiamo con ordine: quando la Warner Bros decide di azzerare il franchise partendo dalle “origini” di Superman – subito dopo la caduta di Krypton, il disperato invio del neonato sulla Terra e il ritrovamento da parte dei coniugi Kent – affida la produzione a Christopher Nolan (reduce dai successi della trilogia di Batman) che scrive il soggetto, chiama a bordo il fido sceneggiatore David S. Goyer e sceglie Zack Snyder come regista. La sceneggiatura che ne deriva non è esente da robusti cliché narrativi e retorici sull'invincibile superhero all american, intessuta anche delle tipiche enfasi nolaniane su concetti “alti” come il libero arbitrio, il caos imminente, la riconoscibile ambientazione metropolitana odierna, la spiritualità manifesta nascosta dietro ogni Scelta. Questo è il Man of Steel “a terra”, che cerca anche di mantenere fragili assonanze con i predecessori filmati da Donner e soprattutto Lester.
Poi c’è un altro film, quello in aria, forse l’unico che interessa sul serio al regista che, insieme al suo supereroe, vola via costantemente da ogni gabbia o costrizione legittimandola intelligentemente come necessaria al suo film. E il suo film opera una delle sfide più potenti all’occhio umano partorite nell’ultimo decennio, un vero tour de force della percezione oltre ogni cognizione che si risolve in una straordinaria esperienza spettatoriale più fisica che emotiva. Zack Snyder alza gli occhi a cielo e ci investe: le linee di discorso da intraprendere su questo film sarebbero pari solo alle innumerevoli e contraddittorie esperienze che produce, quindi problematizzare la riflessione sui “confini del cinema” senza paraocchi ideologici o corporativi, sulla scia di uno degli autori contemporanei più consapevoli, appare veramente l’unica strada possibile.
Il film è un percorso privato. Persino i nemici di Superman (un monolitico, ma tutto sommato funzionale Henry Cavill) capitanati dal generale Zod/Michael Shannon, dimostrano un’impossibilità evidente a contrastare l’uomo nato a Krypton e potenziatosi nell’atmosfera terrestre. Figlio di due mondi, figlio di una mutazione (analogico/digitale?), figlio di due padri pronti a “consegnare” le vestigia di due tradizioni – anche cinematografiche: la classicità di valori incrollabili del divo anni ‘80/’90 Kevin Costner e la costante incertezza identitaria del divo anni ’00 Russel Crowe – da preservare ma “superare” entrambe. Un percorso di (auto)conoscenza, pertanto, in cui la sperimentazione di poteri immensi scatena da un lato i tradizionali dubbi etici e dall’altro una poderosa messa in scena (meta)cinematografica che sfida letteralmente i limiti della visione umana, andando ben oltre i quesiti teorici su “come vediamo oggi?” e imponendosi quale immagine autosufficiente che vive delle e nelle sue infinite traiettorie di luce. Ribaltando di netto il quesito: cosa vogliono da noi queste “nuove” immagini superpotenziate? Come ci guardano? “I see You” ci diceva già l’Avatar di James Cameron. L’universo che Snyder chiama in causa è già tra di noi, ci guarda già, nella proliferazione degli schermi dislocati nello spazio metropolitano o nei discussi “occhiali a realtà potenziata” di imminente produzione.
E allora la “storia” non può che iniziare dalla fine di un pianeta, Krypton, risucchiato da abbacinanti fasci di luce, con una concezione materica e quasi pittorica dello spazio che ricorda da vicino l’ultimo Michael Bay; poi, sulla Terra, si passa ai nuovi poteri di Superman in un’estasi attrazionale che non deriva più dal visibile ma dal paradossale non essere più in grado di coglierlo. L’inquadratura cinematografica insegue letteralmente il protagonista ma non riesce più a contenerlo, a dare forma e composizione a un’immagine del mondo sempre più sfocata e imprendibile, attraverso una costante e “politica” evasione dal campo che fatalmente fa rimanere indietro anche il nostro occhio. Perché l’azione del film è totalmente “oltre il campo” e noi spettatori siamo costretti a percepirne solo gli effetti: salvataggi, palazzi che crollano, navicelle distrutte, nemici spazzati via, ma è tutto già iniziato quando ce ne accorgiamo… Già successo sopra/sotto/dietro/a lato dei nostri occhi stretti al personaggio di Amy Adams, la giornalista obiettiva Lois Lane, che guarda ma non riesce più a distinguere/raccontare i fatti. Insomma nei cinemondi di Snyder non è il “demiurgo costruttore” che impone domande allo spettatore attraverso la parola (l’universo del Batman di Nolan), ma è lo stordente scioglimento dei volumi e delle prospettive nello “sguardo” (di Delio) che si occupa di configurare ogni urgente quesito. E allora se l’inquadratura non basta più, se i nostri occhi non bastano più…il Cinema continua a essere l’unico spaziotempo dentro cui confrontarsi, fare esperienze, riflettere, scatenare dubbi, discussioni e sopravvivere infine come “esseri umani” (lo splendido saluto al vecchio padre Kevin Costner che si sacrifica per il bene di suo figlio). E Zack Snyder, tutto questo, lo sa.
Titolo originale: Man of Steel
Regia: Zack Snyder
Interpreti: Henry Cavill, Michael Shannon, Amy Adams, Kevin Costner, Diane Lane, Laurence Fishburne, Russell Crowe, Richard Schiff
Origina: USA, 2013
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 143'
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