NERO/NOIR - L'opera in nero
E' da poco uscito, in libreria, L'età del noir, un corposo e completo saggio sul cinema classico americano. Intervista al suo autore, Renato Venturelli, giornalista di La Repubblica con all'attivo libri sull'horror, il poliziesco americano, il gangster film, Arnold Schwarzenegger, il cinema musicale italiano; dal 2005 cura l'appuntamento annuale con Cinema & Generi. L'approccio è al tempo stesso da saggista esperto e da vero appassionato. La conoscenza della materia trasuda da ogni pagina e Venturelli riesce con poche pennellate a ritrarre un intero mondo ricchissimo di sfumature
Il volume si propone come la pietra miliare sul nero made in USA, con un approccio cronologico e una efficace suddivisione in filoni e sottogeneri. Un occhio di riguardo è stato giustamente dato a situazioni produttive particolari (determinati studios che hanno fatto la storia del noir) e a registi che si sono sporcati le mani più di frequente con detective, femme fatale e misteri, compresa una esaustiva digressione finale sui polizieschi di serie B, economici ma non per questo meno meritevoli di studio. L'approccio è al tempo stesso da saggista esperto e da vero appassionato. La conoscenza della materia trasuda da ogni pagina e Venturelli riesce con poche pennellate a ritrarre un intero mondo ricchissimo di sfumature, senza tralasciarne alcun aspetto, dalle colonne sonore alla fotografia, ai riferimenti lettarari.
Perché scrivere, oggi, un saggio sul cinema noir americano?
Primo, per capire meglio che cosa si intende quando parliamo di noir. Fin dall'inizio non è mai stato un genere preciso, quanto un'intuizione critica in continua evoluzione. Attraverso gli anni si sono sovrapposte tante diverse idee di noir, giuste o sbagliate che fossero: quella produttiva («B» contro «A»), quella morale (il punto di vista criminale ecc.), quella «politica», quella estetica, l'aspetto trasgenerico, la stagione citazionista... C'è l'idea «alta» di noir come modernità di linguaggio che si installa nel cuore di Hollywood, ma c'è anche il noir come racconto «di genere», di pulsioni primarie, di morte e di onirismo, che era tanto caro alla critica post-surrealista. L'idea di noir per me è data dalla stratificazione delle diverse idee di noir... E dopo questo volume sul periodo classico ne sto preparando uno dal 1960 a oggi, in modo da proseguire il percorso.
Poi, però, c'è un altro motivo: il noir è un'idea cinefila, che è stata successivamente sclerotizzata dalla critica accademica anglosassone. Ripercorrere la storia del noir americano significa per me anche ribadire una linea fortemente cinefila del cinema e dell'amore del cinema. E' anche sostenere un modo di vedere i film e di intendere il cinema, insomma. E si ricollega al discorso più generale sul noir americano come uno dei grand
i nuclei mitologici. Nei generi noi troviamo la memoria del Mito e del racconto archetipico dentro la cultura di massa e pop. E' attraverso i generi (e il divismo, con la sua tensione trascendentale) che il cinema hollywoodiano è riuscito ad essere più grande della vita, a creare una sorta di epica moderna, là dove non si avventurano la letteratura o altre forme artistiche tradizionali. E il noir americano è nel cuore di questo sistema. Tra l'altro, la forza del cinema di genere sta nell'essere innanzitutto un meccanismo, un prodotto industriale e non programmaticamente artistico, e per questo è così importante l'attenzione che gli ha dedicato la cinefilia francese postsurrealista, anti-arte borghese, poi soffocata dalla linea vincente autoriale.
Il cinema noir non può prescindere dal romanzo noir. Qual è secondo te il loro rapporto e in che modo si sono influenzati a vicenda, durante la loro evoluzione?
La letteratura hardboiled è chiaramente tra gli elementi che stanno alla base del noir cinematografico, e le influenze reciproche - proprio a livello di scrittura e di soluzioni stilistiche - sono fittissime. Tra l'altro, fin dagli anni ‘30 molti scrittori noir furono chiamati a lavorare a Hollywood come sceneggiatori, e questo ha reso ancora più fitto l'interscambio. Ma secondo me il film noir, come complessità di fenomeno, va poi molto al di
là della letteratura noir, almeno nei decenni della sua nascita e dei suoi sviluppi. Certo, ogni periodo ha le sue caratteristiche: ancora negli anni 60, ad esempio, il recupero della stagione hardboiled classica avviene a mio parere prima in letteratura e solo successivamente al cinema.
Quali difficoltà hai incontrato nella stesura del tuo saggio, che è al tempo stesso un'analisi generale e un approfondimento specifico su tanti titoli?
Le difficoltà maggiori derivavano dall'affollarsi di centinaia di titoli e di stimoli diversi nel giro di pochissimi anni, col rischio di continue sovrapposizioni. Al tempo stesso avevo alcuni punti fermi irrinunciabili: non volevo fare un libro accademico ma cinefilo, volevo sempre restare aderente alle immagini, cercare di restituire il piacere dei film, accompagnare il lettore alla scoperta di ogni titolo, anche il più celebre o il più dimenticato, senza mai dare niente per scontato. Per me, questo libro doveva riflettere anche un modo di godere il cinema e cercare di condividere col lettore questo piacere, anche se non è facile.
E poi c'è una delle idee centrali: quella di non considerare il film noir come un universo chiuso, di cui definire rigidamente i confini, il linguaggio ecc., ma di vedere l'età del noir come una stagione complessa che il macrogenere criminale attraversa come una specie di palude, restandone profondamente stravolto (così come, in misura meno imponente, accade ad altri generi). L'età del noir non è solo un titolo evocativo: certo, mi piaceva l'assonanza con L'età dell'ansia di Auden, che è proprio
di questi anni, ma soprattutto è un titolo che rappresenta esattamente la mia idea di noir.
Hai un film o un regista noir preferito? Oppure uno scrittore o un romanzo che porti nel cuore?
Tra i registi, Jacques Tourneur, che ha fatto anche bellissimi western, come I conquistatori o Wichita. I suoi film noir e horror insinuano l'inquietudine in modo sottilissimo, è quasi un cinema dell'ascolto, dove avvertiamo sempre una tensione con ciò che sta fuori dall'inquadratura. Non è solo un discorso di ombre: spesso in lui sono ancor più inquietanti le luci, o la fissità delle statue, o certi suoni. Ha fatto anche alcuni film meno intensi, ma quasi sempre in lui c'è questa qualità assolutamente unica. Sosteneva che il nostro mondo è assediato dal mondo dei morti, che preme per entrare in contatto con noi: lo pensasse davvero o no, la cosa fondamentale è che ce lo fa percepire nei suoi film, in ogni inquadratura.
Tra gli scrittori dell'epoca di cui parlo nel libro, direi senz'altro Cornell Woolrich, che tra l'altro mi sembra incarnare l'essenza del noir più dei grandi autori hardboiled.
Nel cinema di oggi, che spesso fastidiosamente spiega ogni minimo dettaglio e non ricorre più alle ombre per raccontare storie semplici, c'è ancora posto per lo spirito del noir?
Hai assolutamente ragione: il cancro delle spiegazioni eccessive e della descrizione pedante delle psicologie soffoca molti generi. La sintesi onirica, assolutamente
di genere e assolutamente visionaria, del noir anni '40 diventa sempre più inafferrabile. L'altro problema del noir deriva dal fatto che fin dall'inizio degli anni '80 è finito facilmente intrappolato nella stagione del citazionismo e dell'estetica pubblicitaria, rischiando di diventare spesso una banale questione di look, o nei casi più sofisticati una questione di look da attraversare. Però è anche così debordante e in continua trasformazione, che si sviluppa contemporaneamente in tante direzioni diverse. L'assolutezza cosmica di Mystic River, dove tutto viene inghiottito tra cielo e acqua, è tra le cose più grandi del noir di tutti i tempi. E c'è sempre qualche noir tra i film fondamentali di ogni stagione: quest'anno abbiamo già avuto Cronenberg, sono da poco in sala l'ultimo James Gray (potente!), l'ultimo Coen...
Cosa ne pensi del fenomeno "nuovo noir" italiano?
In effetti ho poco da dire sul nuovo noir italiano. Una strada giusta potrebbe essere quella di Arrivederci, amore ciao, che è di sicuro una delle cose migliori degli ultimi anni, e mi ha incuriosito anche il tentativo di Cemento armato. In generale, però, non credo alle operazioni a tavolino, volontaristiche: i generi acquistano vita quando si sviluppano dal basso, e le nuove forme si sviluppano attraverso il rapporto col pubblico.
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