NERO/NOIR - I sogni muoiono sotto terra: José Giovanni (Prima parte)
La biografia si fa racconto. La storia del vero duro del polar è già di per sé una straordinaria avventura, scritta col sangue sulle pagine di un vecchio romanzo. Una storia che si riflette sulle tante “storie” raccontate. Perché Giovanni ha saputo raccontare fedelmente l’animo dei “truand”. Un ritratto dall’esperienza del carcere ai primi contatti con il mondo del cinema
La vita di José Giovanni, al secolo Joseph Antoine Damiani, è già di per sé una straordinaria avventura. E’ la stessa biografia a farsi racconto1. Classe 1923, origine corsa, Giovanni è un duro d’altri tempi, che partecipa prima alla resistenza antinazista, e poi, dopo la liberazione, entra in una gang e prende a bazzicare il milieu di Pigalle, a Parigi. Ma le cose non girano a dovere. Tre uomini della banda, tra cui il fratello maggiore di José, vengono uccisi. Il codice d’onore prevede la vendetta, ma le sbarre sono dietro l’angolo. Giovanni viene arrestato e condannato a morte, nonostante non si fosse mai macchiato d’omicidio. Il Presidente gli concede la grazia con commutazione della pena in vent’anni di lavori forzati. Un ulteriore sconto e nel 1956 Giovanni è fuori. Saldato il debito con la società, rimane ancora aperto il conto con la “mala”. Giovanni è atteso dagli assassini del fratello, un’agguerrita gang di Nizza. Ma, grazie alla mediazione di un vecchio boss, Jo Attia, ha salva la vita. Una storia che sembra scritta con il sangue sulle pagine di un vecchio noir. Si possono chiudere i conti con il passato, ma il passato non si cancella e torna a nutrire l’arte di uno dei giganti del polar. Sarà l’avvocato di Giovanni, Stephen Hecquet, a convincere il suo cliente a scrivere sull’esperienza del carcere. Ma José preferisce restare defilato e sceglie di raccontare una delle tante storie di cui è stato testimone. Ce n’è una che sembra perfetta: il tentativo di evasione dalla prigione della Santé organizzato da Roland Kéraudy, a cui prese parte lo stesso scrittore (che nel romanzo si cambia nome e diventa Manu). Nasce così Le trou (in origine Les reves meurent sous la terre), pubblicato nel 1957, grazie all’interessamento tra gli altri di Albert Camus. Dell’esordio letterario di Giovanni si accorge Marcel Duhamel, il curatore della mitica Série Noire, che propone al corso di metter subito mano a un altro romanzo. Protagonista ancora una volta è una vecchia conoscenza del carcere, il gangster Gu Manda. Dalla sua vicenda nasce uno dei capolavori della letteratura poliziesca francese, Le deuxième souffle. Pochi mesi
dopo, un terzo romanzo per raccontare di un altro mitico truand condannato alla ghigliottina, Abel Danos detto “le Mammouth”. Le sue incredibili avventure danno corpo e sostanza a Classe tous risques (dove Danos diventa Davos). Si completa così una sorta di trilogia, a cui segue, di lì a poco, la pubblicazione de L’excommunié, storia del tutto inventata, seppur ricca di riferimenti al milieu marsigliese e parigino del dopoguerra. L’attività letteraria di Giovanni non verrà mai meno: si concentrerà soprattutto nel genere, seppur con accenti mutati dall’impegno crescete nella personale battaglia contro la pena di morte. Ci saranno anche delle deviazioni dal polar: il romanzo dal titolo meraviglioso Il avait dans le cœur des jardins introuvlables, dedicato al padre, e il libro di memorie Mes grandes gueleus – Mémoires (2002). Ma il cinema è dietro l’angolo. Il primo ad adattare per il grande schermo un’opera di Giovanni è il grandissimo Jacques Becker, che brucia sul tempo André Cayatte e acquista i diritti de Le trou. Il regista di Touchez pas au grisbi, ormai irrimediabilmente malato, riesce a rendere il racconto un affare strettamente “personale”, convincendo lo scrittore corso a rifinire soltanto i dialoghi. Il buco esce nel 1960, poco prima della morte del regista, ed è il testamento di uno dei più grandi maestri francesi. Un film asciutto e teso, radicale e sconvolgente, che per ambiente e stile ricorda a molti Un condannato a morte é fuggito di Bresson. Ma in Becker il trascendente è assente. Seppur il vento soffia dove vuole, non è più il soffio di Dio, tutto ritorna sulla terra, a una dimensione umana ed esistenziale dal pessimismo invincibile. La libertà è un sogno di sangue e sudore e il tradimento è in ognuno di noi. Sempre nel 1960 l’esordiente Claude Sautet, amico personale di Giovanni, mette mano a Classe tous risques. Come attore protagonista viene chiamato il nuovo alfiere del polar, l’immenso Lino Ventura, nel ruolo secondario di Eric viene scelto Jean-Paul Belmondo, protagonista proprio quell’anno di Fino all’ultimo respiro di Godard. Il risultato è Asfalto che scotta, un altro straordinario polar, solo all’apparenza più convenzionale, in realtà espressione di una cifra d’autore più intimista e defilata, un film in cui la solitudine dell’antieroe diviene condizione esistenziale e l’orizzonte della libertà si fa sempre più lontano. Il destino, in questa vita, è quello di perdersi irrimediabilmente Nel 1961 Jean Becker, il figlio di Jacques, adatta per il grande schermo L’Excommunié e gira Quello che spara per primo (Un Nommé La Rocca), sempre con Jean-Paul Belmondo. Manca all’appello Le deuxiéme souffle. E’ la volta di Jean-Pierre Melville. E qui accade l’impensabile. E’ uno scontro tra titani, di cui rimane traccia nelle memorie di Giovanni.
Alla fine, il pieno controllo sul film rimane nelle mani di Melville e ne viene fuori un capolavoro, Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide (1966). La storia di Gu Manda è rivoltata come un guanto. Melville, col suo stile rigoroso, antinaturalista, quasi astratto, ne fa l’ennesima riflessione sulla messa in scena, sulla finzione come essenza del cinema e della vita. E’ il canto del cigno dell’onore e dei vecchi codici morali, la pietra tombale di qualsiasi romanticismo di genere. Il sacrario ideale e solitario a cui guarderanno tutti i futuri “samurai”. Becker, Sautet, Melville, autori che impongono la loro visione. Ma, nonostante la loro presenza ingombrante, fra le righe continua a leggersi la cifra personale di Giovanni, quella capacità di spogliare i suoi truand dell’alone mitico dei Jean Gabin-Carné-Prevert, per riportarli sullo sporco terreno della lotta per la sopravvivenza. Uomini alla disperata ricerca di una via di fuga, di un riscatto estremo, la libertà o la definitiva affermazione di una lealtà come estrema scelta “morale”. Forse registi dalla minor levatura autoriale avrebbero permesso allo scrittore di esprimersi con maggior evidenza. E in effetti il corso proseguirà sino alla fine l’attività di sceneggiatore e curatore dei dialoghi. Da ricordare quanto meno è Il clan dei siciliani (1969), polar diretto da Henry Verneuil e sceneggiato dallo stesso regista, da Giovanni e da Pierre Pellegri. Ma più che nella profondità dello script, il film trova il suo vero motivo d’interesse nel confronto tra i tre corpi simbolo del polar, Gabin, Ventura, Delon. Occorrerà ben altro a Giovanni per raccontare compiutamente il suo mondo. L’esordio dietro la macchina da presa è già avvenuto nel 1967, con Le Rapace. Giovanni regista: un’altra incredibile storia.
1. Per la biografia di Giovanni si fa riferimento in particolare a MAURO GERVASINI Cinema poliziesco francese, ed. Le Mani, Genova 2003
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