NERO/NOIR - I sogni muoiono sotto terra: José Giovanni (Seconda parte)

Lo scrittore corso debutta dietro la macchina da presa nel 1967. E’ un profano, ma proprio per questo ha la forza eretica d’imporre la sua cifra. La sua naïveté si traduce in un cinema fauve, brutale nella sua non ricercatezza, un cinema la cui necessità è nell’assoluta fede nelle idee. Gli occhi sono sempre un passo dietro al cuore. Life bigger than cinema - VIDEO

Il rapaceNel 1967 Giovanni debutta dietro la macchina da presa e dà inizio al suo percorso solitario. E’ un profano, forse, ma proprio per questo ha la forza eretica d’imporre la sua cifra personale. Nonostante le cadute, il suo cinema ha la potenza e la flagranza di un fulmine all’interno di un sistema di generi ormai consolidato e riconoscibile. Il suo primo film, Il rapace, è uno strano sconfinamento in America latina, con Lino Ventura nei panni di uno scostante avventuriero, assoldato da un gruppo di rivoluzionari per far fuori il capo dello Stato. La libertà…Come già nei suoi racconti, Giovanni parla ancora una volta di un’evasione, seppur collettiva, di un sogno d’indipendenza punteggiato da rotture, dolori, tradimenti, legami da approfondire e da difendere. Una chiave politica e una geografia che sembrano appartenere allo spaghetti western, un senso tragico di un destino immutabile tipico del noir/polar, dialoghi serrati che segnano confronti e scontri e sono una ferita aperta nelle anime. Un film ibrido che, aldilà della retorica, disegna personaggi incredibili, traiettorie di sguardi non convenzionali. Ma si tratta solo di un rodaggio. Due anni dopo Giovanni adatta un romanzo di Joseph Harrington e firma Ultimo domicilio conosciuto, il cuore pulsante di tutta la sua opera. Questa volta il corso sceglie a protagonista un poliziotto, il commissario Leonetti, un uomo dall’altra parte della barricata. Eppure Leonetti, più che un diligente difensore dell’ordine, appare l’ennesimo déraciné sconfitto dalla vita. Non è in fondo diverso dai truands della mala. Predatori e prede finiscono per assomigliarsi, schiacciati entrambi dalla necessità della lotta, tragico motore di un mondo condannato a distruggersi per tenersi in vita. Un testimone introvabile, in fuga dai criminali che vogliono fargli la pelle, un boss che cerca in tutti i modi di uscire di prigione, un poliziotto che prova Ventura, Jobert e Giovannia dimenticare il passato e si ritrova in rotta con le miserie del proprio mestiere. Aldilà della strumentali e contraddittorie letture politiche, Ultimo domicilio conosciuto è un film in cui tutti, ancora una volta, sono costretti a vivere a lato, “nascostamente”, tra le sbarre della quotidianità, eppure ricercano uno spiraglio, una crepa tra le mura, una seconda possibilità. Tutti sono destinati, in un certo senso, a ritrovarsi in un punto dello spazio e in un momento del tempo, a quel fatidico processo, che però è solo una falsa ripartenza. Se la sconfitta del sistema è certa, non va meglio nella vita privata. Nel finale Jeanne Dumas sembra andarsene per sempre, lasciando Leonetti ancora una volta solo, in preda ai propri rimpianti e ai propri fantasmi. Nutrito dalla scrittura, il cinema di Giovanni sembra far coincidere a pieno narratività e diegesi, costruisce la sua trama visiva al servizio delle dinamiche del racconto. Eppure emerge qualcosa in più, oltre qualche ingenuità naïf che è, comunque, un segno di sincerità fin troppo crudele (il sogno di Jeanne che appare in una bottiglia di vetro). Alla fine del film, sembra di aver assistito alla distruzione di Parigi. Palazzoni grigi e anonimi, tristi insegne al neon, condomini abbattuti e squallide case di una periferia siderale, topi che ballano. L’immaginario della città è come terremotato e la capitale sembra sempre più tramutarsi in una provincia cronica, in cui l’ultimo domicilio conosciuto non offre più riparo ai personaggi e allo spettatore. Le cose non restituiscono più alcuna bellezza, l’estetica cede il Due contro la cittàpasso a un’etica che, però, non riesce a fermarsi. E in questo scenario, Leonetti è un alieno. Il corpo di Ventura sembra sempre più pura scrittura cinematografica, grazie a quella capacità "alla Gabin” di disegnare mondi interi con una minima espressione del volto, una ruga, un cenno d’occhi, un impercettibile movimento della bocca, un’andatura, una stasi. Anche grazie a lui il cinema di Giovanni diviene materico, si aggrappa alle cose e ai volti, che non restituiscono altro che la loro pesantezza, tranne che in brevi istanti, come la magnifica sequenza del ragazzo dei piccioni…O come nell’apparizione della bambina, chiave dell’indagine, superficie cristallina che riflette un bagliore diffuso che è pura speranza, ma la cui luce è destinata ad essere assorbita e annullata dall’opacità del resto, dal livore malato del mondo. Probabilmente il cinema di Giovanni è tutto qui. Poco altro aggiunge Sola andata (1971), mentre Il clan dei marsigliesi (nuova trasposizione de L’excommunié), pur dimostrando una sempre maggiore padronanza stilistica è di un’eleganza troppo distante e mainstream per riuscire a raccontare a fondo un’altra storia di crimine, amicizia e morte. La forze eretica della naïveté di Giovanni è come imbrigliata. Dal momento in cui il corso abbraccia pienamente la causa della lotta contro la pena di morte (la Francia rinuncerà alla pena capitale solo nel 1981), i suoi romanzi e i suoi film diventano sempre più “politici”, strumento di una campagna personale contro le contraddizioni e le assurdità del sistema penale francese. Caso a parte è Due contro la città (1973), sebbene anch’esso sia l’ennesima Histoire d’un crime sulla strada della ghigliottina, una critica feroce contro la cecità di chi fa le leggi e l’ottusità di chi è chiamato ad applicarle. Nonostante la sua retorica da pamphlet, il film racconta, sin dal titolo, un altro destino di solitudine, un’altra parabola di lotta e sconfitta. Due personaggi, un ex galeotto e un rieducatore, destinati a combattere contro la malafede della società e a soccombere all’ossessione repressiva delle istituzioni. Un sistema chiuso e implacabile che assume quasi una connotazione metafisica. Il paranoico commissario Goitreau/Michel Bouquet è l’incarnazione della follia del controllo panottico e diviene una sorta di agente del destino, l’emissario che conduce implacabilmente sulla strada della mannaia. Ma, forse, il fascino principale del film sta nell’incontro di Giovanni con Alain Delon e Jean Gabin, dopo Il clan dei siciliani (1969) di Verneuil. Cazeneuve/Gabin è la prosecuzione ideale di Leonetti/Ventura, un ex poliziotto che si “mette dalla parte” dei criminali, un uomo stanco e invecchiato, la cui speranza nella giustizia è ridotta a un filo sempre più esile. Rimangono, a fatica, la lealtà e l’amicizia virile. Quel gioco di sguardi finale tra Strabbligi e Cazeneuve, nella sua semplicità ingenua, è la riaffermazione di un legame inscindibile. In Due contro la città lo sguardo è sempre un passo dietro al cuore. Un film ammalato di rabbia e di retorica, che con coraggio non evita la banalità del cliché (Strabbligi che torna a vivere, riscoprendo la naturalezza e la vitalità del gioco). Un film fauve, brutale nella sua non ricercatezza, un grido la cui necessità coincide con l’assoluta fede nell’idee. Giovanni sa da dove viene. Il cerchio si chiude. Life is bigger than cinema. Per una volta.

 

Due contro la città 

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