NERO/NOIR
Incontro con Alfredo Colitto, uno degli autori di Babele Suite, collana di narrativa noir diretta da Luigi Bernardi con l’intento di riscoprire la novella, all’antica, la storia breve che morde, colpisce e fugge. Un esperimento vincente che riserverà ancora grandi sorprese agli appassionati del nero italiano.
Se Dario Argento fosse in ascolto dovrebbe prendere nota di questo nome: Barbara Baraldi. Scrive thriller fulminanti che il regista romano dei bei tempi avrebbe potuto tradurre in splendide pagine cinematografiche. La collezionista di sogni infranti è un lampo di cattiveria morbosa, ambientato in una provincia rarefatta e persa nelle nebbie della crudeltà. Due ragazze a disagio si incontrano e si sfidano, due mosche bianche che si trasformano in mantidi.
I libricini di Perdisa contengono racconti ai margini, dove i disadattati e le bestie feroci la fanno da padrone. In Biondo 901 un parrucchiere cede alle lusinghe della carne e incontra la mafia russa. Sangue e sentimenti a fiotti, personaggi reali a pagarne le conseguenze. In Duri di cuore è invece un boss albanese a tessere le regole del gioco, con buona pace di due ragazzi dal passato difficile che vorrebbero solo trovare un posto per fermarsi e curare le reciproche ferite di guerra. In Femmina De Luxe di Barbara Bucciarelli la vittima è il corpo, la carne. Osa ancora di più Danilo Arona, con le ipotesi apocalittiche di Santanta. Il comune denominatore di Babele Suite è sempre l’essenzialità delle storie, pugni diretti allo stomaco.
Luigi Bernardi, direttore dalla collana, da poco in libreria con un nuovo romanzo suo, Senza Luce, come un mecenate d’altri tempi cerca nei suoi autori la «voce», ossia la capacità di raccontare con stile riconoscibile, di essere incalzanti. Sono storie brevi, o racconti lunghi, a seconda dei punti di vista, che in un centinaio di pagine gettano il lettore nella
mischia e lo travolgono. Mediometraggi di impatto, furiosi, pressanti. Si leggono in un paio d’ore, ma minuto per minuto non ci si stacca dai personaggi, come ogni fiction dovrebbe saper fare. Sono cinematografici nei toni, nella rapidità e nei contenuti. Non a caso questi scrittori hanno in alcuni casi collaborato con produzioni teatrali e televisive. A conferma della tesi secondo cui, oggi come oggi, il cinema di genere italiano è passato su altri mezzi, come la carta o il piccolo schermo.
Il genere principe affrontato è il noir, i nomi coinvolti di rilievo. C’è spazio anche per un western durissimo, Il ragazzo dai capelli rossi, firmato da Pier Giorgio Di Cara, e per un debutto promettente, L’ammazzatore di Rosario Palazzolo, già vincitore del prestigioso premio Lama e Trama. L’intenzione di esplorare il lato oscuro di un’Italia malandata e malsana è ben rappresentata da Patrick Fogli, che con Fragile ripercorre le strade del giallo alla bolognese con serial killer e sottofondo musicale portante a tenere compagnia nell’oscurità della notte agli insonni e a chi preferisca le sfumature del nero al bianco.
Alfredo Colitto è uno degli autori scelti per Babele Suite. Traduttore e scrittore, ha all’attivo diversi romanzi, oltre a un pugno di racconti pubblicati su varie antologie. Duri di cuore esce nel 2008. E’ una storia in cui la violenza è sottolineata, dolorosa e al tempo stesso necessaria.
Chi è Alfredo Colitto? Come sei arrivato alla scrittura?
Chi sono è quello che ora cerco di scoprire scrivendo. In passato ho cercato di scoprirlo viaggiando e cambiando una quantità di lavori. Dicevo: sono un insegnante, un traduttore, un cameriere, un artigiano, e così via, proprio come ora dico: sono uno scrittore. Ma so che lo dico perché identificarsi con un lavoro è la cosa più facile, quella che mette a tacere le domande.
Con un bagaglio di inquietudine di questo tipo, la scrittura per me è stato quasi un passaggio obbligato. Viaggiavo, vedevo dei posti, conoscevo persone e culture diverse dalla mia, e volevo in qualche modo narrare questi incontri. Il modo più naturale è stato quello di farlo attraverso un romanzo, piuttosto che con un saggio o un diario di viaggio. Così è nato Café Nopal, il mio primo libro, un noir ambientato in Messico. Poi con i romanzi e i racconti successivi ho scoperto che la scrittura è un viaggio anche quando non ti muovi da casa, anche quando parli delle storie quotidiane della tua città, come per esempio in Duri di cuore.
Duri di cuore è il tuo ultimo libro, uscito per Perdisa. È un romanzo breve che insiste molto sulla violenza. Come è nata l’idea? Sei soddisfatto del risultato?
Da tempo volevo scrivere un noir dove non ci fossero «buoni», dove il
protagonista non fosse il solito ispettore di polizia o investigatore privato, ma neppure il classico innocente coinvolto suo malgrado in trame losche. Carmine, il protagonista di Duri di cuore, non è affatto un bravo ragazzo. E Vlastar, il mafioso albanese che diventa il suo antagonista, è un cattivo vero, uno che considera qualsiasi tratto «umanizzante» come una debolezza. Tra i due capita Serena, giovane, bella e anche lei niente affatto innocente.
Il risultato mi ha soddisfatto molto, e a giudicare dalla quantità di mail e di commenti positivi che ho ricevuto sul mio sito (www.alfredo-colitto.com) ha soddisfatto anche i lettori.
Qual è il libro o il racconto che più ami tra quelli da te scritti? E quale non tuo avresti invece voluto scrivere?
Il racconto forse è Non ne uscirete vivi, uscito da poco per Mondadori nell’antologia Anime nere Reloaded. Il romanzo mio che amo di più è sempre l’ultimo che ho scritto. In questo caso, Cuore di Ferro, che uscirà a febbraio per Piemme. Il libro non mio che avrei voluto scrivere è Romanzo Criminale, di De Cataldo. È il più bel romanzo italiano che abbia letto negli ultimi anni.
Se dovessi descrivere la tua scrittura con un aggettivo, quale sceglieresti e perché?
Sceglierei «avvolgente», perché quello che più mi piace è trascinare il lettore nelle mie storie, in un mondo creato da me che diventa anche suo, senza che se ne renda conto. Naturalmente non so se ci riesco sempre, ma diciamo che quello è il mio ideale.
Hai detto che il tuo prossimo romanzo, Cuore di ferro, uscirà prossimamente per Piemme. Puoi anticiparci qualcosa?
È un thriller medievale, ambientato a Bologna nel 1311. Il protagonista è Mondino de’ Liuzzi, un medico realmente esistito, considerato uno dei padri dell’anatomia moderna. Mi sono divertito moltissimo a ricostruire la città dell’epoca, con i canali, il porto, gli studenti, le corporazioni. Quell’anno, con il processo ai templari in corso nelle principali città d’Europa ed Enrico VII che cercava di conquistare l’Italia, Bologna è sconvolta da alcuni orrendi omicidi, commessi da qualcuno che conosce un incredibile segreto alchemico. E Mondino naturalmente si trova coinvolto, prima per brama scientifica, poi per salvare se stesso e la propria famiglia.
Domanda forse banale. Perché scrivere noir oggi?
Credo che le risposte a questa domanda siano tante quanti gli scrittori di noir. Quello che posso dire è che io mi trovo particolarmente bene dentro questo genere, perché mi consente di parlare delle passioni nascoste, del lato oscuro dell’animo umano. All’inizio delle mie storie, i protagonisti si trovano a confrontare il male, sotto forma di qualcosa di brutto che in modo inaspettato irrompe nella loro vita. Spesso si tratta di un omicidio, ma non necessariamente. Mi interessa vedere come questo confronto con il male li strappa alla loro routine e li costringe a comportarsi in modo diverso, spesso spingendoli fino al limite
delle loro possibilità. Anche per questo mi piace il noir, perché in questo tipo di romanzi è più facile che i personaggi rischino la vita. E non c’è nulla come il pericolo di essere ammazzato per spingerti a capire chi sei veramente.
Racconto o romanzo? Quale delle due dimensioni trovi più consona al tuo stile?
Entrambe. Scrivere racconti mi piace perché è più facile tenere tutto sotto controllo. Puoi permetterti di lavorare di lima, calibrare, spostare una parola o un articolo, finché non sei soddisfatto. Con un romanzo invece il controllo ti sfugge sempre un po’, anche se hai progettato tutto con la massima attenzione. E anche questo mi piace.
Come sviluppi l’idea per un romanzo, come invece quella per un racconto?
Con un racconto, di solito parto da un’idea, una frase, una suggestione, e comincio a scrivere di getto, senza pensarci troppo. Qualcosa viene sempre fuori. Poi rileggo, tolgo le parti che non funzionano, aggiungo un dettaglio qua e là, e il gioco è fatto: il lavoro di lima di cui parlavo prima.
L’idea per un romanzo invece cerco di svilupparla bene dall’inizio. Parto con l’idea di base, poi scrivo una sinossi e mi rendo subito conto di eventuali punti deboli. Poi comincio a scrivere, per entrare nella storia anche con il cuore, non solo con la testa. Quando ho scritto un certo numero di cartelle,
comincio a scalettare le scene, come se si trattasse di una sceneggiatura. E vado avanti così, un po’ pilotando la nave, un po’ studiando le mappe, fino alla fine. Poi ovviamente rileggo e comincio il lavoro più divertente, quello di dare alla storia una forma compiuta. Ah, e naturalmente in questa fase è fondamentale il contributo di mia moglie e di amici e colleghi scrittori, che si prestano a leggere la prima stesura e rilevano tutti i punti deboli e le incongruenze che io rischio di non vedere perché ormai sono troppo «dentro» la storia
C’è chi dice che un romanzo nasca romanzo e viceversa che un racconto non possa trasformarsi in qualcosa di diverso da un racconto. Tu cosa ne pensi? Ti è mai capitato di partire con una forma e di ritrovarti in un’altra?
Di certo è possibile prendere un racconto e ampliarlo fino a farne un romanzo, ma a me non è mai capitato. I racconti in genere li scrivo su richiesta di un editore o del curatore di un’antologia, e una volta scritti non mi è mai venuto in mente di riprenderli e trasformarli in qualcosa di diverso. Ma potrebbe sempre succedere, una volta o l’altra.
Il booktrailer di Duri di cuore:
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