NERO/NOIR - La lunga estate nera (Parte prima)
Estate, tempo di relax e riflessioni. E di consuntivi. Per chi resta in città e cerca un’alternativa all’afa metropolitana, Nero/Noir si concede il lusso di elargire consigli insoliti per visioni periferiche ma di qualità. Cinque pellicole poco note, sia classici che novità, da ogni parte del mondo, con l’unico scopo di allietare una lunga estate nera. Cercateli in Dvd, in rete o, se siete fortunati, sul satellite. Ne vale la pena.
JAR CITY (Mýrin, Islanda, Germania, Danimarca, 2006, 91 min.) Regia: Baltasar Kormákur.
Gli appassionati di thriller nordici attendono con ansia la versione cinematografica del secondo best seller di Stiegg Larsson. Nel frattempo possono consolarsi con la trasposizione del primo romanzo di Arnaldur Indriðason, "Sotto la città". Jar City è un excursus nerissimo nel cuore di Reykjavik, con un commissario misantropo a tirare le fila di una difficile indagine. Il poliziotto, il cinquantenne Erlendur, è sulle tracce di un assassino ma gli indizi, contrastanti, lo portano su diverse piste. Contemporaneamente deve fare i conti con il disastro della sua vita privata, compresa una figlia sbandata con cui ha rapporti difficili. Morboso, cupo, angosciante, è un ritratto islandese che non ammette deroghe ottimiste. Nonostante i paesaggi immersi nella natura e l’ampiezza di sguardo della regia, che illumina a giorno le scene, la storia di violenze e sangue prende presto il sopravvento. Un giallo avvincente che sa coniugare pubblico e privato con la tensione necessaria a far decollare un prodotto di genere. Ne è il miglior simbolo il grugno incattivito di Ingvar Eggert Sigurðsson, protagonista barbuto perfetto nel ruolo di Erlendur. Di Jar City è già stato annunciato il remake americano, previsto nel 2010.
JCVD (2008, Belgio, Lussemburgo, Francia, 97 min.) Regia: Mabrouk El Mechri
Il famoso progetto fortemente voluto da Jean-Claude Van Damme è al tempo stesso caricatura e agiografia. L’attore presta il volto e il corpo, entrambi malmessi da anni di set troppo adrenalinici, e conquista in poche battute le simpatie di chi non lo abbia mai stimato. Van Damme interpreta se stesso, un attore quarantasettenne sull’orlo del collasso finanziario, del fallimento fisico e psicologico. Persa la moglie e la figlia, rinunciato all’ennesimo ruolo macho, torna a casa, in Belgio e rimane vittima di una rapina in banca. La polizia, cosa peggiore, lo crede la mente criminale dietro il colpo. Riflessione sul cinema e sulla figura della star emigrante, JCVD è un credibile excursus su una carriera vissuta a 360° sui set di mezzo mondo, alle prese con i peggiori copioni e con i registi più improbabili. Van Damme si prende gioco di sé e, al tempo stesso, di Hollywood e dei suoi rigidi schemi mentali, rompendo il tabù di sputare, con eleganza e ironia, nel piatto in cui ha mangiato per decenni. Sconcertante cinema verità che ha nella sceneggiatura le perle nascoste, parte come un action freddo para-militare e si trasforma, pian piano, in accorata confessione di intenti. Van Damme scalcia, colpisce ma, soprattutto, stavolta recita. Impagabile.
THE LAUGHING POLICEMAN (L’ispettore Martin ha teso la trappola, USA, 1973, 109 min.). Regia: Stuart Rosenberg
Classico indimenticabile, cupo come il lato oscuro dell'anima, L'ispettore Martin ha teso la trappola, The Laughing Policeman in originale, è uno dei tanti capolavori del poliziesco americano degli anni '70. È curioso, semmai, che la fonte di ispirazione sia un noir svedese, scritto un decennio prima dai coniugi Sjöwall e Wahlöö, ideatori del tenebroso ispettore Beck, qui interpretato da un meraviglioso Walter Matthau. Alle prese con una strage su un autobus, nove vittime, nessun testimone, il poliziotto deve ripescare dagli archivi dei casi insoluti una sua vecchia fissazione, un omicidio cui non aveva saputo dare risposta. Aiutato da un collega impetuoso, Martin indaga a modo suo, con il broncio perenne a fargli compagnia. Stuart Rosenberg si mette al servizio della storia, con l'idea di immortalare una San Francisco notturna e imperitura. I suoi eroi sono cavalieri dal cipiglio fiero e solenne, le loro azioni il necessario riscatto dei mali di una società malata.
MANDA BALA (Send a Bullet, Brasile, USA, 2007, 85 min.). Regia: Jason Kohn
Il realismo è il piatto forte di Manda Bala (Send a Bullet), documentario che fa di Jason Kohn un credibile emulo di Michael Moore. Non tanto per la forma, quanto per l'accorata ricerca su cui si basa il suo studio su un Brasile, oggi, divorato da crimine, corruzione e rapimenti. L'attacco è durissimo: al centro del mirino un progetto di investimenti destinato a fare le fortune dell'Amazzonia e in realtà pensato per arricchire i suoi artefici, tra cui un potente senatore locale. Kohn sceglie un approccio laterale, rinunciando a ogni aspetto sensazionalismo. Il rigore scientifico della sua opera ne beneficia, mai intaccato dagli strilli della polemica. Eppure il messaggio, forte, è ben evidente. Funzionano tutte le scelte di campo: preciso e accorato, vincitore al Sundance 2007, il film convince per il suo approccio anti-retorico.
RACKETEER (Рэкетир, Kazakistan, 2007, 74 min). Regista: Akhan Sataev
Esempio di noir muscolare è il kazako Racketeer, uno dei pochi film commerciali prodotti dalla repubblica sovietica, il primo interamente finanziato senza contributi statali. Il giovane Sayan, pugile provetto, abbandona la nobile arte della boxe e viene assoldato da un mafioso in ascesa. La loro fortuna aumenta con il passare degli anni, finché un avido faccendiere tenta il doppio gioco scatenando una guerra sanguinaria tra bande rivali. Il debutto cinematografico di Akhan Sataev, regista di videoclip e spot pubblicitari, è rozzo nella forma ma consistente nella sostanza. La sceneggiatura, che rielabora senza perdersi in fronzoli i topoi del «gangster movie di formazione», rende empatici i personaggi, sfruttando i loro corpi spesso gettati nella mischia senza pensare troppo alle conseguenze. Non sbalordisce, ma è un’interessante alternativa al solito cinema di genere.
JCVD Trailer
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