BERLINALE 58 - "Lake Tahoe", di Fernando Eimbecke (Concorso)

Del giovane regista messicano Fernando Eimbecke, va ricordato Temporada de Patos, del 2004, presentato alla Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Eimbecke è ancora alla ricerca del minimalismo cinico e onirico, delle lunghe e spasmodiche sequenze, trasudanti arcaiche verita’. Il suo cinema sembra viaggiare tra spazio e tempo: si ha sempre la sensazione di qualcosa di illusorio e illusionistico ma quando si torna dal viaggio non si sa mai con certezza se davvero si e’ stati via

Del giovane regista messicano Fernando Eimbecke, va ricordato Temporada de Patos, del 2004, presentato alla Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Lake Tahoe è girato a Puerto Progreso, Yucatan, ed è ancora una volta cinema intimista, incentrato sul mondo adolescenziale e sullo scontro-incontro generazionale. Juan, sedici anni, ruba la macchina alla madre chiusa in bagno. La sua avventura finisce presto: la macchina va fuori strada e batte contro un palo della luce. Juan decide di risolvere il problema senza l’aiuto dei familiari ma non è facile trovare un’officina meccanica aperta. Finalmente trova un anziano meccanico e il suo inseparabile cane. Per risolvere il guasto ci vuole un pezzo di ricambio che il vecchio non ha, ma Juan può rivolgersi al vicino autoricambio. Conosce un gestore appassionato di arti marziali e una ragazzina amante del punk. Lentamente si scopre che la mamma di Juan si è chiusa in bagno perché piange la morte del marito e quest’ultimo deve provare a smuoversi e fare qualcosa per ognuna delle sue ultime conoscenze casuali. Come in altri registi dell’America Latina e Meridionale, anche Eimbecke è alla ricerca del minimalismo cinico e onirico, delle lunghe e spasmodiche sequenze, trasudanti arcaiche verita’. Il suo cinema sembra viaggiare tra spazio e tempo, così come se ne fa esperienza viaggiando: si ha sempre la sensazione di qualcosa di illusorio e illusionistico ma quando si torna dal viaggio non si sa mai con certezza se davvero si è stati via. Laboratorio meccanico che non prova a vivisezionare i suoi corpi, questo cinema è una trappola piazzata negli angoli o al centro, immobile e senza respiro, per mimetizzarsi e svanire tra le radure contaminate della narrazione, Occupare il nulla e’ l’ispirazione, complicare il tutto e’ la maledizione. Cortocircuito che attrae, come quando, consapevoli, sentiamo pesare le immagini che stentano a lasciarti, per non voler liberarti e liberarle dal fantasma della deformita’ mancata. Ecco, quindi, che l'occhio del regista ha bisogno della macchina, non puo' farne proprio a meno: resta "distante" e scalfisce soltanto la fisicita' del disagio.

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