BERLINALE 58 - "Halmae kkot/Grandmother's Flower", di Mun Jeong-hyun (Forum)
Ancora una volta dall’Oriente documentaristico giungono storie di confini sofferti, di famiglie separate e di legami spezzati.
E a Berlino trovano sempre lo “spazio” ideale per potersi muovere...
In un festival di “confine” come quello di Berlino, certamente la città al mondo che più riflette il (non)senso della divisione, non mancano mai pellicole che riflettono sul tema del border, portando sullo schermo le sofferenze e i dolori che quelle linee spesso invisibili portano con sé. Come, appunto, quella linea ora visibile solo sulla pavimentazione stradale berlinese che reca con sè la scritta “Berliner Mauer”.
Due anni fa rimanemmo esterrefatti di fronte all’onda di emozioni evocate da Dear Pyongyang (poi rivisto all’Asian Film Festival di Roma) della documentarista giapponese ma di origini coreane Yonghi Yang. E non a caso citiamo questo titolo perché senza dubbio ci sono parecchie affinità tra i due film: in entrambi, infatti, si parte dal dolore personale, da quello provato dalla propria famiglia e si arriva ad uno straziante canto di una nazione intera, un canto di morte e di sofferenza.
E molto spesso quelle raccontate sono storie figlie di un’urgenza molto particolare, sepolte magari per anni sotto la polvere del tempo ma sempre vive per chi le ha vissute: Mun Jeong-hyun, il giovane autore di Grandmother’s Flower, è stato quasi costretto dalla madre ad iniziare le riprese di questo suo primo lavoro, tanta era la voglia di far emergere la verità, eppure quando la fine del documentario pareva ormai vicina la sua famiglia aveva completamente cambiato perere e la sola idea di riportare alla luce storie sepolte da anni spaventava tutti. Ma la storia della famiglia di Mun, però, aveva già iniziato a camminare con le proprio gambe: una storia tragica, folle, come tutte le storie guerra sanno esserlo...
La storia si dipana lungo i tristemente famosi confini delineati dal 38 parallelo, quelli tra la Corea del Nord e quella del Sud. Qui, logorati da una guerra che ha prodotto milioni di morti, i popoli dei due paesi hanno assistito impotenti alla frantumazioni di migliaia di famiglie, divise solamente da una follia lucida e cieca. Ecco perché la storia della famiglia di Mun altro non è che la Storia, quella da tramandare ai posteri, da raccontare ai propri nipoti magari proprio con un documentario, come fa Mun Jeong-hyun.
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