BERLINALE 58 - Dalla Turchia all'Iran
Presentato nella sezione “Panorama” The Other Side of Istanbul di Döndü Kilic, documentario su una comunità gay che si sta per costituire in Turchia. In concorso invece è stato proiettato The Song of Sparrows dell’iraniamo Majid Majidi, considerato oggi come uno dei più importanti registi del suo paese.
La Germania guarda ancora verso la Turchia. Il caso più emblematico è quello del tedesco-turco Fatih Akin, che proprio qui a Berlino vinse l’Orso d’Oro nel 2004. Anche la trentunenne Döndü Kilic è nata in Turchia ma poi è cresciutaa Bonn. Ha studiato filosofia all’università di Berlino, si è occupata di relazioni pubbliche, di giornalismo e ha avuto esperienze come regista teatrale, prima di iscriversi, nel 2002 all’Accademia del Cinema e della Televisione di Berlino. Al suo attivo ha già il documentario CS del 2002, prima di questo suo lavoro che è una sorta di indagine sulla situazione della comunità omosessuale in Turchia. Per molti, Istanbul è infatti considerata come la Mecca dei gay d’Europa. Ma – si chiede la cineasta – come è conciliabile oggi questa situazione con la Turchia di oggi? Döndü Kilic guarda da vicino una comunità gay che si sta per costituire in Turchia e che rivendica maggiori diritti. La regista intervista alcuni personaggi che ne fanno parte come, per esempio, Mehmet, un curdo di 28 anni, che è stato condannato a 11 mesi di prigione per non aver voluto adempiere agli obblighi militari. Come omosessuale, avrebbe avuto la possibilità di essere riformato, ma ad un prezzo troppo alto. The Other Side of Istanbul entra nella vita di altri personaggi come Guney che spera di diventare un giorno uno specialista della danza deol ventre, Mert che è arrivato nella metropoli dopo che la sua famiglia ha saputo della sua omosessualità e Bawer che ha invece mentito ai genitori dicendogli che aveva una relazione con una sua amica. Il documentario segue i personaggi da vicino, si avvicina con le loro difficoltà. Lo fa in maniera partecipe anche se stllisticamente l’opera risulta piuttosto schematica per il modo statico in cui filma le storie e le esperienze dei suoi personaggi.
In concorso è stato invece presentato The Song of Sparrow (in originale Avaze gonjeshk-ha) dell’iraniano Majid Majidi, uno dei registi più popolari del suo paese, che narrativamente segue una struttura più tradizionale rispetto ai film di Kiarostami e Makhmalbaf. Proprio per quest’ultimo è stato attore di tre suoi film realizzati nella prima metà degli anni ’80, Fleeing from Evil to God e Two Blind Eyes (entrambi del 1984) e Boycott (1985). Dagli anni ’90 ha cominciato una prolifica carriera da regista. Di lui in Italia si è visto Baran, realizzato nel 2001 e distribuito in sala nel 2003. E per certi aspetti, l’adolescente di quel film e il protagonista di The Song of Sparrow si somigliano. Il primo lavora come operaio in un quartiere edile e poi si vede costretto a mansioni da operaio visti che il suo posto è stato preso da un giovane afgano dietro al quale si nasconde invece una bellissima ragazza. L’altro invece ha un impiego presso un allevamento di struzzi. Un giorno però uno di questi animali scappa e lui è licenziato perché ritenuto responsabile. In più gli serve molto denaro per riparare l’apparecchio acustico della figlia. Casualmente, un giorno in città, un uomo sale dietro la sua moto scambiandolo per un tassista e al termine del tragitto gli paga la corsa. Lui, soddisfatto dai guadagni, si trasforma progressivamente e anche la sua abitazione diventa una specie di deposito d’oggetti. I protagonisti di Baran e di The Song of Sparrow sono due persone trascinati dagli eventi ma che in realtà nascondono un’indole buona. Le due figure sembrano quasi uscite da un film della coppia De Sica-Zavattini e il riferimento più immediato appare Miracolo a Milano. Majidi però sta sempre trattenuto, come se avesse paura di scivolare dentro una dimensione più favolistica, perdendo così quella magica ambiguità che invece aveva caratterizzato Baran. The Song of Sparrow registra piccoli accadimenti (la moto che si ferma quando sta trasportando un frigorifero) e lancia un segnale ‘morale’ nel finale, quando l’uomo ha un incidente domestico causato dagli oggetti che tiene in casa, segno di come lui stesso sia stato come colpito dal suo stesso desiderio di accumulo. Inoltre appare distante il modo con cui il cineasta filma la sordità della figlia. Forse un richiamo al Makhmalbaf di Il silenzio, privo fortunatamente di tutto l’apparato simbolico di quel film, ma che rischia di scivolare talvolta in una pallida commedia degli equivoci, come nella scena in cui fa allontanare e girare la figlia e poi le dice delle frasi incomprensibili per vedere se ascolta bene.
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