BERLINALE 58 - La valanga (rosa) di Taiwan
Due donne di Taiwan protagoniste della 58. Berlinale: Singing Chen e Zero Chou hanno presentato rispettivamente God Man Dog in Forum e Drifting Flowers in Panorama, opere giovanili eppure inopinatamente forti, entrambe decise nell’affrontare tematiche scomode ed aspre con piglio maturo. Una rivelazione e una conferma in un colpo solo...
Per capire quanta distanza vi sia in campo cinematografico tra uno qualunque dei paesi asiatici, nella fattispecie Taiwan, e l’Italia, tanto per fare un esempio, basterebbe buttare un occhio a due pellicole taiwanesi presentate in questi giorni alla 58. Berlinale. Due film realizzati da due donne, giovani tra l’altro, che affrontano tematiche ed argomenti non certo facili ed adolescenziali come capita sovente dalle nostre parti qualora un esordiente avesse la fortuna di portare una sua opera sugli schermi italiani.
God Man Dog di Singing Chen e Drifting Flowers di Zero Chou esprimono, seppur in modi decisamente differenti tra loro, la freschezza di uno sguardo giovane, non sedimentato, ma sempre in costante e continuo sviluppo: e se della seconda avevamo già apprezzato i propri lavori, come Spider Lilies (vincitore lo scorso anno del Teddy Award qui a Berlino, premio dedicato al cinema che indaga sull’omosessulità, nonché dell’Asian Film Festival 2007 di Roma), le maggiori sorprese arrivano dal bellissimo God Man Dog realizzato, guarda un pò il caso, da quella Singing Chen già sceneggiatrice del suddetto Spider Lilies. L’autrice di Bundled e soprattutto del documentario sperimentale Floating Island – Who Is Fishing? torna al cinema con un’opera spiazzante ed aspra, condita da uno stile nervoso e allucinato alternato a momenti di soave poesia. Assenze e fantasmi, destini e religioni, sogni ed illusioni sembrano susseguirsi sullo schermo come in un unico flusso, governati da un caos irriverente che tutto dileggia, come in una grande commedia degli equivoci.
Quegli stessi equivoci che sembrano dominare ogni pellicola di Zero Chou, icona ormai del cinema gay/lesbo orientale, grazie a quei personaggi femminili sempre un pò butch, mascolini insomma. A differenza del “leggero” Spider Lilies, però, Zero Chou ripesca con
(ancora fiori nei titoli, a significare forse una femminilità forse perduta ma sempre presente) tematiche già affrontate nel corso della propria carriera, come l’AIDS o la discriminazione sessuale. Per cui, in Drifting Flowers, nel suo dipanarsi, si avverte come un mutamento di sguardo, più che altro di prospettive. Partito sulla scia di Spider Lilies, tra dolci e soavi canti femminili, il suo ultimo film sembra distaccarsene man mano che la narrazione si sviluppa e nuovi ingredienti si aggiungono al canovaccio iniziale: arrivano le sofferenze e i dolori, quelli veri, quelli della malattia, della morte. La speranza c’è sempre, è viva, ed è interamente riposta nell’amore, un amore declinato in ogni sua forma, in ogni suo folle andamento, in ogni sua bizzarria.
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