BERLINALE 58 - "Kirschblüten - Hanami", di Doris Dörrie (Concorso)
Omaggio a Viaggio a Tokyo di Ozu che si trasforma subito in un involontaria parodia. Il film della regista tedesca si sofferma banalmente su concetti come il cinismo dei figli e la solitudine della vecchiaia e indugia su come filmare l’attesa della morte, che è poi narrativamente l’elemento primario del film. Il dolore alla fine si trasforma in mortificante pietismo. E di questa compassione non si sa che farsene.
Una montagna sui titoli di testa. Proprio come quella della Schochiku che anticipava quelli dei film di Ozu. Kirschblüten – Hanami vuole così apparire sin da subito come un omaggio a Viaggio a Tokyo che ill maestro giapponese ha diretto nel 1953 ma involontariamente si trasforma in una parodia. Che il cinema di Doris Dörrie, dal sopravvalutato Uomini (1985) ai vacui Happy Birthday, detective! (1992) e Nackt – Nudi (2002) fosse solo di facciata, se ne era sempre avuto il sospetto. Nel suo essere informe però, non ha mai danneggiato nessuno. Stavolta invece sì. La vicenda ricalca quella del film di Ozu ma anche di quel capolavoro terminale che è Cupo tramonto (1937) di Leo McCarey. Al centro della vicenda ci sono Trudi e suo marito Rudi. La donna ha appena saputo che il marito è malato di cancro e gli resta poco da vivere. Lo convince così ad andare a Berlino per andare a trovare i figli e i nipoti. Questi però sono troppo indaffarati e presi dai loro problemi per occuparsi dei genitori. Dopo aver assistito a una rappresentazione di un ballerino di butoh, la coppia decide di spostarsi in un albergo del Baltico. Qui Trudi muore nel sonno. Rudi è disperato. Un altro suo figlio lo invita in Giappone. Qui conosce una persona che gli rende meno amari gli ultimi giorni della sua vita.
Come si vede, c’erano tutti gli elementi per un fiammeggiante dramma intimista. Ma il film di Doris Dörrie si sofferma banalmente su concetti come il cinismo dei figli e la solitudine della vecchiaia e indugia su come filmare l’attesa della morte, che è poi narrativamente l’elemento primario del film. La regista risolve sbrigativamente frammenti di tensione, come nella scena in cui la coppia decide di andarsene dall’abitazione della figlia e della sua compagna comprendendo di non essere graditi e si sofferma invece su grotteschi siparietti con Rudi che fa la raccolta differenziata nella casa in Giappone nel figlio. Ogni squarcio emotivo, che doveva essere presente sulla carta, viene azzerato anche nei momenti in cui poteva alimentarsi come nell’istante in cui Rudi ritorna a casa dopo la morte della moglie e sente la sua mancanza. Ma la Dörrie di filmare la nostalgia, la malinconia non ne vuole proprio sapere. Il suo cinema è troppo narcisisticamente intellettuale per essere minimamente aderente al vissuto. Il viaggio alla ricerca di se stessi si trasforma invece in un’esplorazione turistica di Berlino e di Tokyo (non a caso, in entrambi i casi, sono inquadrate le mappe della metropolitana e della città) e tutta l’ultima parte, quella dell’incontro dell’uomo anziano con la ragazza giovane nel parco che fa uno spettacolo di mimo, nelle mani di un altro regista poteva essere reso con un pudore e una complicità attaenti. Niente di tutto questo. Kirschblüten – Hanami trasforma il dolore in mortificante pietismo. E di questa compassione non si sa che farsene.
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