BERLINALE 58 - "Sparrow", di Johnnie To (Concorso)

“Sparrow” (Cultured Bird), nel linguaggio comune di Hong Kong, identifica i borseggiatori di strada, alludendo alla destrezza e alla velocita’ di esecuzione del colpo, richiesti per non lasciare traccia. Ancora un capolavoro statificante di stupore, magie e desiderio, di vortici del cuore: ritorno per sempre alle vertigini sensoriali che il cinema “difende” con la vita

sparrow2“Sparrow” (Cultured Bird), nel linguaggio comune di Hong Kong, identifica i borseggiatori di strada, alludendo alla destrezza e alla velocita’ di esecuzione del colpo, richiesti per non lasciare traccia. Ancora un capolavoro statificante di linee e geometrie, di vortici del cuore: ritorno per sempre alle vertigini sensoriali che il cinema “difende” con la vita. Ancora un capolavoro che perde i suoi confini, paradossalmente nostalgico perche’ mai terribilmente superficiale: si cosparge di quella flebile speranza del movimento continuo, del turbinio di azione scalfita e levigata dagli angoli della citta’, dagli spigoli della visione. Quattro uomini vanno in giro a rapinare i passanti, increduli e spensierati. Kei (l’inseparabile Simon Yam) ama, come passatempo, fotografare le strade della sua citta’ e in uno dei suoi scatti si ritrova una donna bellisssima (Kelly Lin), e da li comincia una storia misteriosa e pericolosa, che vedra’ coinvolto anche un pericoloso criminale del posto. Come vivere in un sogno o in mondo sollevato dal resto: al passaggio di Johnnie To tutto sembra paralizzarsi, anche il tempo e lo spazio, tutto appare in tensione e prostrato al suo sgaurdo. Non c’e’ goccia d’acqua che non reciti: resurrezione dell’amorfo e animazione del compatto. Tenere il cinema e i suoi corpi sempre in tensione perché pronti ad esprimere la passione del movimento. Divergere e convergere il suo sguardo, ripassando sulle vibrazioni di generi passati, facendo rivivere impronte impresse, ma attraversando la fiction e sconfinando nella realtà. Non è cinema parallelo ma cinema di preparazione e azione, dove i mondi si muovono nello stesso spazio. È lo spazio desiderato, angusto, agognato che senti di cercare, per una terra che sembra saper far scivolare addosso le ingiustizie, la pioggia insistente, le corse in bici, le foto di una vita. E’ cinema che pulsa nell’istante stesso in cui la realtà si rivela, come quando si muove tra suono, movimento e silenzio, sincretica riproduzione dell’esistenza, ponendo i nostri corpi più vulnerabili, smaniosi di una via di fuga, lontani dai riverberi mestamente estetizzanti. Tra le altezze dello spirito e gli abissi della bestialità, Johnnie To scopre il suo angolo visuale, alchemia di stupore, magia e desiderio. E questo cinema, inteso come creazione continua, come azione magica totale, obbedisce a questa necessità. Un cinema in cui non esistesse, visibile in ogni gesto e in ogni atto, e nell’aspetto trascendentale dell’azione, questa volontà, questo cieco appetito di vita, capace di superare ogni cosa, sarebbe cinema inutile e mancato.

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