BERLINALE 58 - "Kabei - Our Mother", di Joji Yamada (Concorso)
Yamada e’ vento leggero che soffie in spazi stretti, ma mai angusti, filma la rinascita dopo la morte o forse la morte ancor prima della rinascita. Tra i piu´ grandi autori giapponesi di sempre, compie un nuovo miracolo: il suo cinema esiste nel tempo e nello spazio, ma, confrontandosi con l’altro tempo, quello della storia semplice di una madre, o complessa del proprio Paese, renderebbe anche possibile vedere quello stesso tempo e il passato come eterno rimpianto
Give me back my fatherMizoguchi dimostrava che ci si poteva salvare attraverso la bellezza; Gosho permetteva ai suoi personaggi di sperare; Ozu gli toglieva tutto ma lasciava la consolazione dell’essere insieme; Naruse, invece, non offriva via d’uscita. Si vive in un mondo fluttuante che non ha per noi alcun significato. Se abbiamo fortuna, moriamo, altrimenti dobbiamo continuare all’infinito in una vita senza scopo. La felicità è impossibile; al massimo ci è permessa una certa tranquillità, a patto di rinunciare a qualsiasi speranza. Yamada e’ invece vento leggero che soffia in spazi stretti, mai pero’ angusti, filma la rinascita dopo la morte o forse la morte ancor prima della rinascita. Mizoguchi raggiungeva l’universalità attraverso la perfezione delle “mises en scenes” e la ricchezza semantica. Sottoponeva il tempo dei suoi film al tempo della storia; affliggeva ed esaminava minutamente i personaggi di fronte a questa gravità. Ozu aspirava più all’assolutezza dello stile. La successione di interruzioni nette creava massima continuità, fino alla completa rottura in cui scorreva e si esauriva questa stessa continuità spazio-temporale dell’emozione, della finzione, della vita. Il cinema è un “puzzle” e cattura il “flusso pulsante” che fugge in ogni direzione. Naruse era moderno senza volerlo né saperlo, per il semplice gioco di un’estrema attenzione rivolta ai movimenti e battiti di vita più impercettibili. Il cinema di Yamada e' anche tutto questo: esiste nel tempo e nello spazio, ma, confrontandosi con l’altro tempo, quello della storia semplice di una madre e complessa di un Paese in guerra, renderebbe anche possibile vedere quello stesso tempo. È il passare della vita, con i suoi problemi, i suoi dolori, le sue angosce, sopra il cinema, attraverso il cinema; o il movimento essenziale di uscita del cinema da se stesso, verso la vita e il suo costante rientro in se stesso. Durante la Seconda Guerra Mondiale, una famiglia giapponese viene colpita al cuore: l’uomo di casa e’ arrestato perche’ intellettuale pericoloso e sovversivo, la donna resta sola con le sue due bambine, ma trova la forza di andare avanti, grazie anche all’aiuto di un giovane studente del marito. Gli anni si susseguono, cosi’ anche le stagioni, fino ad arrivare all’attacco di Pearl Harbor... Dramma storico che quasi non si sposta dalle quattro mura di una casa, di una prigione, di un vicolo in fiore, innevato, soleggiato. L’altra meta’ del cielo e della storia mai escluse: il passato nel presente già futuro attraverso gli occhi apparentemente periferici che combinano intimo e sociale, utopie realizzabili e risvegli traumatici. Cinema sul cambiamento, nessuna nostalgia del passato ma, identificazione surrettizia sceneggiata per il futuro che diventa presente, il presente passato e il passato un eterno rimpianto.
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