BERLINALE 58 - "Sweet Food City", di Gao Wendong (Forum)
Si inizia ad intravedere l’influenza di Jia Zhang-ke sul cinema cinese, la sua lezione estremamente rigorosa, il suo stile asciutto, il suo sguardo radicale ed innovativo: se ne iniziano a intravedere gli emuli, diciamo così, nelle giovani generazioni di un cinema ipergiovane come quello cinese. Sweet Food City, l’esordio del giovane filmmaker Gao Wendong, presentato nella sezione Forum della 58 Berlinale, ne è senza dubbio la dimostrazione più lampante:
Si inizia ad intravedere l’influenza di Jia Zhang-ke sul cinema cinese, la sua lezione estremamente rigorosa, il suo stile asciutto, il suo sguardo radicale ed innovativo: se ne iniziano a intravedere gli emuli, diciamo così, nelle giovani generazioni di un cinema ipergiovane come quello cinese. Sweet Food City, l’esordio del giovane filmmaker Gao Wendong, presentato nella sezione Forum della 58 Berlinale, ne è senza dubbio la dimostrazione più lampante: ambientato nella fatiscente Sweet Food City, città situata nel nord del paese, il film ricrea quelle atmosfere care all’autore di Still Life (Leone d’Oro a Venezia nel 2006), con quei paesaggi da fine del mondo, da apocalisse e quei personaggi senza storia, senza passato nè futuro, come quelli dei western di Sergio Leone. Sweet Food City è come la zona delle Tre Gole di Still Life, dove un’immenso invasao acqueo sta per allagare intere città: Sweet Food City è così, dicevamo, è una città fantasma, popolata da spettri, invasa dall’immondizia e dai calcinacci dei palazzi senza più finestre. Gao Wendong chiude i suoi personaggi in questa struttura, quasi labirintica, e li pedina, silenziosamente, dando spazio alle loro vite scheletriche, vite che non riescono ad evadere da quei muri angusti e scrostati: ma quello che emerge non è un ritratto continuo o coerente, perché il regista decide di raccontare la storia dei due protagonisti per lacerti, per brandelli, come se ci fossero dei flash che illuminassero di colpo le loro vite buie facendoli vedere per la prima volta, illuminandoli, insomma dandogli la vita. In queste condizioni si muovono i due protagonisti, una prostituta ed un disoccupato che iniziano una storia (d’amore?) quasi per caso, senza davvero credere alla possibilità di un amore, o dell’amore più in generale, in un luogo come quello. E il regista si diverte quasi ad acuire le distanze tra questo giovane amore senza futuro e questa città senza altrettanto futuro: quei pochi momenti di intimità vissuta dai due infatti, un’intimità quasi azzerata nella sua componente erotica, sono gli unici momenti in cui l’ingombrante colonna sonora della città smette di esistere, semplicemente sparisce. Niente più rumore.
Solo due respiri che pian piano diventano uno...
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