BERLINALE 58 - "Il y a longtemps que je t'aime", di Philippe Claudel (Concorso)
Debutto alla regia per lo scrittore (“Le anime grigie”) e sceneggiatore francese. E’ la storia di una donna che dopo quindici anni esce di prigione e dovra’ ricostruire la sua vita, partendo dal rapporto con la sorella minore, intenzionata ad aiutarla nel reinserimento. Cinema stranamente troppo composto. Mai bruciante come un dramma familiare, mai liberatorio come un volo impavido
Debutto alla regia per lo scrittore e sceneggiatore francese. Conosciuto dal grande pubblico per aver scritto nel 2003 Le anime grigie (tradotto in Italia ed in altri 25 Paesi), uno dei maggiori successi di critica in Francia, negli ultimi anni. Prima di esordire dietro la macchina da presa, Claudel ha insegnato, per alcuni anni, Antropologia Culturale e Letteratura a bambini con handicap motori, all’Universita’ di Nancy. Juliette (Kristin Scott Thomas) dopo quindici anni esce di prigione e ad attenderla si fa trovare la sorella minore, Lea (Elsa Zylberstein) di Nancy. Quest’ultima decide di tenerla in casa sua, dove vive con il marito, il papa’ anziano del marito e due bambine adottive vietnamite. Le due sorelle durante la detenzione di Juliette non si sono mai incontrate per volere dei propri genitori, i quali mai sono riusciti a superare il trauma e la vergogna per una figlia macchiatasi di un atroce delitto. Lentamente Juliette e Lea si accorgono di essere delle perfette estranee, ma proveranno a superare quella situazione insostenibile, cominciando a fidarsi l’una dell’altra. Juliette sa di dover uscire da un’altra prigione, quella dei ricordi e dei sensi di colpa. Ancora un titolo sottotono di questo concorso, che ha comunque regalato perle inconfondibili. Strana elaborazione della rinascita, che difficilmente coinvolge. Questo cinema cristallizza anche il dolore, non lo libera e male lo trattiene: solo evanescenti affreschi smuoventi le coscienze solo quando ti accorgi di aver assistito ad un’occasione mancata. Semplicemente rimuovendo un velo in dissolvenza, e’ la prova della leggerezza che diviene superficialita’. Cinema stranamente troppo composto: gira intorno alla solitudine di una donna senza mai riuscire a far sentire il proprio cuore. Mai bruciante come un dramma familiare, mai liberatorio come un volo impavido. Stereotipie nell’avvicinare la materia pulsante che si annida fra ogni sequenza.
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