BERLINALE 58 - "Katyń", di Andrzej Wajda (Fuori Concorso)
Wajda gira sul massacro di Katyń (Polonia), dove, nella primavera del 1940, ventiduemila soldati e ufficiali polacchi furono uccisi dalla polizia sovietica. Dopo cinque anni il grande autore polacco torna con un’opera che lo riporta indietro, ai tempi di Lotna, Paesaggio dopo la battaglia. E’ crudo, e’ duro, come il sudato pane del giorno prima. I corpi ci coprono, li senti addosso, e vorresti girarli come leggere pagine di letteratura filmata
Andrzej Wajda gira sul massacro di Katyń (Polonia), dove, nella primavera del 1940, ventiduemila soldati e ufficiali polacchi furono uccisi dalla polizia sovietica. La sceneggiatura è opera dello scrittore polacco Wlodzimierz Odojewski, che aveva già affrontato in alcuni libri questo argomento. Legati con speciali nodi che bloccavano i polsi e la gola, i soldati vennero tutti freddati con un preciso colpo alla nuca e gettati in diverse fosse comuni. Si trattava di un'intera generazione di ufficiali, appartenenti alla borghesia e all'intellighenzia polacca, tutta la dirigenza militare di un Paese. Questa operazione 'scientifica', realizzata da abilissimi professionisti dell'esecuzione, e' rimasta per oltre 50 anni avvolta nel mistero. A chi apparteneva la regia di questo crimine? A quale delle due dittature che si erano gettate di comune accordo sulle spoglie della Polonia, la Germania nazista e la Russia comunista, spettava la responsabilità di quanto accaduto? Rimasto ignoto all'opinione pubblica per tre anni, l'eccidio fu reso noto al mondo nella primavera del 1943 dalla radio tedesca. Ma la responsabilità sovietica e' stata acclamata solo negli ultimi anni. Torna alla regia, dopo cinque anni, il grande autore polacco con un’opera che lo riporta indietro, ai tempi di Lotna, Paesaggio dopo la battaglia. Lontano da simbolismi e allegorie, che hanno segnato la stagione successiva a questi titoli, dell’autore ottantaduenne. Katyn potrebbe essere superficialmente accusato di essere accademico, debolmente televisivo, inesorabilmente scolastico. L’impressione invece è quella di assistere non al migliore Wajda, naturalmente, ma sicuramente di aver viaggiato nella storia, imitando l’esistenza, idea peregrina del cinema. Wajda illude, perche’ ci fa vedere sempre e ancora: la sua messa in scena e’ un tormento, un’ossessiva ricerca del punto dove piantare la macchina, del punto dove non e’ impossibile ricordare e della forza misteriosa delle cose che vorrebbero farsi ricordare come di quelle che si vogliono far desiderare, amare e ancora dimenticare. Crediamo di scoprire fantasmi e ricordi mentre anche le immagini ci sfuggono: tutto cio’ che e’ gioco e che e’ in gioco, svanisce. Come nel luogo (politico) della coscienza, niente di quello che si mostra e’ inventato: ogni cosa e’ realmente accaduta e accade senza apparenza. Qualcosa di piu’ di un ritratto, di un quadro e la sua cornice. Il cinema dei perdenti, deflagrati dal nulla che va riempito dai sogni e poi coperto dalla terra. Anche il segno cinematografico è possente, come una visione del mondo ormai quella, ma e’ una ripetizione da fuoricampo, caparbia e sensibile attenzione alle sfumature, ai dettagli infinitesimali di luce, suoni, movimenti del tempo. Wajda sembra fare cinema per dimostrare che non viviamo nel migliore dei mondi e del cinema possibili, che restano a volte fuori, dalla finestra o dalla sala: il fuori di Wajda non e’ però mai escluso, esiste e si annuncia, arricchisce e smargina il dentro, nel grigio finale, oltre il tunnel della memoria. E’ crudo, e’ duro, come il sudato pane del giorno prima. I corpi ci coprono, li senti addosso, e vorresti girarli come leggere pagine di letteratura filmata.
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