BERLINALE 58 - "Le ring", di Anaïs Barbeau-Lavalette (Panorama)
Dopo l’ottimo Tout est parfait, arriva dal Canada un’altra fulminante rivelazione, opera prima di una giovane cineasta che possiede un raro senso della misura soprattutto nell’invidiabile equilibrio tra una vicenda di degrado familiare raccontato con un realismo mai esasperato e nella costruzione di un’atmosfera quasi surrealista nel modo in cui filma gli incontri di wresling
Dal Canada un’altra bella scoperta nella sezione “Panorama”. Dopo l’ottimo Tout est parfait di Yves-Christian Fournier, colpisce per sua forza e la sua immediatezza Le ring, primo lungometraggio della ventinovenne Anaïs Barbeau-Lavallette, che dal 2000 aveva già realizzato diversi cortometraggi e documentari. Macchina a mano che sta attaccata ai personaggi, senso di dispersione che ha il merito di non accentuare mai quella cupa disperazione che avvolge i protagonisti, notevole attenzione deterministica nel rapporto tra le figure principali e lo spazio. Le ring è infatti ambientato nel quartiere povero di Hochelaga-Maisonneuve – quartiere familiare alla cineasta perché già ci aveva lavorato precedentemente – in cui il wrestling è diventato una sorta di sport sacro, apprezzato da una popolazione che vive nella miseria. Tra i suoi fan più accaniti c’è Jessy, un ragazzino di 12 anni che è alla ricerca del suo equilbrio dopo che la madre Maryse, che è tossicomane, ha abbandonato la famiglia. In seguito a questo evento, suo padre Claude è incapace di reagire a queta avversità, suo fratello maggiore Sam è uno spacciatore mentre sua sorella Kelly è in piena crisi di puberà. L’unica persona con cui il ragazzino va più d’accordo è Jacques, un libero pensatore che conduce un’esistenza da vagabondo e vive in un parco del quartiere.
Ha un raro senso della misura Le ring soprattutto nell’invidiabile equilibrio tra una vicenda di degrado familiare raccontato con un realismo mai esasperato e nella costruzione di un’atmosfera quasi surrealista nel modo in cui filma gli incontri di wresling con una fisicità quasi astratta e un gioco di luci esplosivo, bruciante, che contrastano in pieno con il resto del film. La pellicola di Anaïs Barbeau-Lavalette non spinge mai le situazioni al limite e non propone soluzioni o riscatti per i suoi personaggi. Li lascia vivere, lascia aperti spiragli, non cede a nessun compromesso. Ed è qui si si aprono spontaneamente nella pellicola dei momenti profondamente umani, tutti intermittenti, tutti troppo brevi, come l’inquadratura di Jessy e la sorella che dormono nello stesso letto, la scena dove i tre fratelli prendono l’auto facendo guidare il ragazzino o il rapporto tra il giovanissimo protagonista e il cane di Jacques. Le ring non cade mai in un soggettivo pietismo o in un oggettivo documentarismo. Resta lì, miracolosamente a metà strada, tutto non visto ma attraversato dagli occhi e le espressioni di Jessy, interpretato da Maxime Desjardins-Tremblay in una prova di mostruosa bravura.
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