CANNES 61 - "Soi Cowboy", di Thomas Clay (Un Certain Regard)
Dopo The Great Ecstasy of Robert Carmichael, presentato alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2005, Thomas Clay ritorna sulla Croisette con Soi Cowboy, storia folle, a tratti crudele, sui molteplici destini dell’uomo, sulle diverse strade che si possono intraprendere nella vita…Un canto allucinato e allucinante a cui bisogna concedersi completamente
Continua a colpire violento e cinico Thomas Clay, regista nemmeno trentenne proveniente dalla rinomata località balneare inglese di Brighton, che anche con il suo secondo film, c’è da scommetterci, farà discutere. Dopo aver portato al cinema la realtà iperviolenta e brutale della sua (apparentemente) tranquilla città in The Great Ecstasy of Robert Carmichael (che proprio a Cannes nel 2005 sconvolse in molti dopo il suo passaggio alla Semaine de la Critique), il regista inglese si trasferisce in Thailandia dove ambienta una storia ai limiti del surreale, che cresce pian piano e lievita quasi inaspettatamente. Quel che colpisce di più di Thomas Clay e di questo suo Soi Cowboy (ovvero il quartiere a luci rosse di Bangkok) è che sembra aver assorbito in maniera del tutto stupefacente e personale lo spirito di uno dei maggiori esponenti del cinema tailandese, quel Apichatpong Weerasethakul (guarda caso presente a Cannes nelle vesti di giurato) che, forse proprio grazie alla sua prolificità, sembra già aver costituito un immaginario ben definito e riconoscibilissimo, fatto di superstizioni e magie che paiono assorbire e consumare tutto. E se non si vuole parlare di lezione, visto che il “Maestro”, in questo caso, non arriva nemmeno a quaranta anni, va senza dubbio riconosciuto il merito a Clay di aver reso magicamente sulla pellicola un universo a lui distante. Più evocativo del suo precedente film, soprannominato l’Arancia meccanica del 2000, e virato in un bianco&nero seppiato alternato ad un colore mai saturo, patchwork postmoderno tra il sublime mondezzaio di Cipri&Maresco e l’ostentata vezzosità impudica di Carlos Reygadas, Soi Cowboy è una visione disturbante tanto quanto basta, un sano pugno nello stomaco, che però gioca anche a prendersi un po’ in giro da solo. Sono da leggere in quest’ottica, infatti, sia il gusto per il citazionismo cinematografico, c
on l’utilizzo di temi musicali noti (tra La Stangata e il Riz Ortolani “beatlesiano” di Cannibal Holocaust), quasi una risposta all’accusa di plagio nei confronti del capolavoro di Kubrick, che quella sadica volontà di infierire sullo spettatore allungando all’infinito le durate delle inquadrature. Ma ciò che disturba ancor di più in Soi Cowboy è la storia che narra, forse palindroma e bifronte, forse a metà tra il sogno e l’incubo, più probabilmente un’escursione irreale sul destino dell’uomo. Per cui Soi Cowboy sembra un’altra Mulholland Drive, una strada/zona che è anche porta spazio-temporale, finestra sull’altroquando. Varcarla può significare trovarsi di fronte al proprio destino, o almeno ad uno dei tanti possibili…
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