CANNES 61 - "Un conte de Noël", di Arnaud Desplechin
Dopo l’ottimo I re e la regina, il cineasta francese ritorna su alcuni temi e situazioni del film precedente: affettività nascoste, disgregazioni familiare e i segni della malattia e della morte attraverso un film corale d’impronta teatraloe nel modo di filmare lo spazio. Stavolta però il suo cinema così di getto, così potentemente fisico, ha il respiro affannato e manca il bersaglio. VIDEO TRAILER
Ci sono ancora affettività nascoste, disgregazioni familiare e i segni della malattia e della morte in quest’ultimo Un conte de Noël del quarantasettenne regista francese Arnaud Desplechin, temi che si è portato dietro dal folgorante I re e la regina. Per certi versi quest’opera potrebbe quasi considerarsi come una sorta non tanto di continuazione, ma di una ripresa di frammenti dell’altro. Non è un caso che alcuni dei protagonisti del film del 2004, come Mathieu Amalric, Catherine Deneuve, Emmanuelle Devos e Hyppolite Girardot. I segni del lutto sono già presenti in apertura con le immagini di un funerale di famiglia. Al centro di questa c’è una coppia Abel (Jean-Paul Roussillon) e Junon (Catherine Deneuve) che si sposano e hanno due figli, Joseph ed Elizabeth. Quando il primo è colpito da una rara malattia, si rende necessario il trapianto di un moidollo osseo. La sorella è però incompatibile. La coppia così concepisce un terzo figlio nella speranza di salvare Joseph. Neanche Henri però è utilie e Joseph muore a 7 anni. Nasce poi un altro figlio, Ivan, ma la coppia non riesce mai a superare veramente il trauma e, nel corso degli anni, i rapporti tra i fratelli sono sempre tesi. Elizabeth (Hyppolite Girardot) è una madre autoritaria mentre Henri (Mathieu Amalric) consuma la sua vita tra il vizio dell’alcool e le donne. Anche con il resto della famiglia legami di quest’ultimo sono inesistenti. Nel frattempo anche Juno scopre di essere malata e ha bisogno del trapianto di midollo e i soli ad essere compatibili sono proprio Henri e il nipote (Paul). Nel frattempo si avvicina il Natale e si riuniscono tutti nella casa di famiglia a Roubaix.
Desplechin è un autore poco visto in Italia eppure la forza del suo cinema è visibile già dal potentissimo esordio avvenuto nel 1991 con La vie des mort. Con Un conte de Noël si porta ancora nelle zone di un melodramma al femminile (come Esther Kahn) e al tempo stesso realizza un film corale di impronta teatrale (la casa di Roubaix) dove emergono conflitti, tensioni e i segni di un tragico passato mai rimosso. Quel cinema fatto di getto, quella prorompente fisicità della sua opera però stavolta, seppure presente, manca il bersaglio. C’è una libertà apparente e una mancanza di controllo dove le figure protagoniste tendono a scontrarsi, restando poi vittime di un cinema di parola (Desplechin è anche autore della sceneggiatura insieme ad Emmanuel Bourdieu) che tende ad aumentare la distanza dal loro tragico vissuto, dai segni di un lutto che sembra anche sottolineato da quei toni grigi funerei della fotografia di Eric Gautier. Desplechin è e resta un grande cineasta ma stavolta da l’impressione di aver calcato troppo la mano. Il respiro del suo cinema diventa affannato e vittima della sua stessa eccessiva densità. Emerge così un ‘determinismo razionalistico’ (la vie de famille raccontata dalle origine e sottolineata dalla presenza di fotografie in casa) che vorrebbe poi lasciare le sue tracce sul presente. L’intento somiglia quasi a quello che aveva fatto Renoir con Zola nel caso di L’angelo del male. Il corpo degli attori però, malgrado l’esibita bravura dei suoi attori, resta però impermeabile e non contaminato dalla quella spinta del suo cineasta che stavolta lo porta fuori strada.
Bande annonce - Un conte de Noël
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