CANNES 61 -''Tyson'', di James Toback (Un Certain Regard)
Sublime opera di massimo alleggerimento di un peso massimo, assolutamente insostenibile. Toback, immenso regista statunitense, ci riconsegna Tyson consapevole di aver consumato, per la fretta che aveva, e anche per la paura, e infine per l’angoscia di una pausa, di un silenzio di troppo, di un imbarazzo, ogni pausa e distanza, preferendo, e infine dovendo scegliere la via breve, e perfino rapidissima, della prossimita’ violenta: chi sei? da dove vieni? perche’ sei venuto? cosa vuoi? cosa vuoi da me? VIDEO
Sublime opera di massimo alleggerimento di un peso massimo, assolutamente insostenibile. Mike Tyson e’ un folle, non uno di quei cinici che si credono ormai postumi a tutto e magari sorridono anche davanti al dramma piu’ atroce. James Toback, immenso regista statunitense (su tutti, ricordiamo, Be Loved, Black & White, Fingers), purtroppo praticamente sconosciuto in Italia, se non per i frequentatori dei festival di Torino e Venezia, rianima l’animale ferito in gabbia, l’animale che in pochi anni ha sfuriato la rabbia sul ring, ha bruciato gli anni fuori dal ring, senza mai scendere forse veramente dallo stesso. Un uomo in trincea, un uomo nella fossa dei leoni, un uomo che nessuno ha voluto mai capire e amare alla follia. Documentario in splet screen che frammenta l’anima, documentario sulla pelle sudata e oliata della bestia inferocita che ci dilania tra l’incapacita’ di vedere e l’enormita’ che le stesse immagini ci stanno mostrando. L’apparente leggerezza e fragile ricostruzione di una vita vissuta sempre in mezzo ad aggredire, e’ in realta’ lezione al vedere, in cui si nasconde l’enigma quale chiave di cio’ che continuiamo a chiamare ‘’essere’’. Mike Tyson si fa suo punto di vista, vede se stesso racconta a se stesso, qualcosa che l’oggetto del suo esperire, il mondo, la’, fuori di se, che cattura con il suo occhio tatuato mahori. Le immagini di repertorio si alternano alle confessioni del pugile, comodamente seduto in poltrona e alle scene di vita quotidiana. Quando poi, la macchina chiude sul volto e si sente il respiro di un uomo normale, ti accorgi di aver vissuto a un’esperienza bruciante, un attimo prima di cadere al tappeto, prima di essere raggiunto da un terribile presagio di vendetta. La vendetta dell’istinto, delle radici, dei ricordi, del tempo che passa e ti addomestica. Intesa e attesa, il cui silenzio e’ un modo di abitare le immagini, proprio nell’ultima inquadratura, e’ la leggerezza di cui Toback ci fa dono: assumere tale leggerezza assomiglia piuttosto al
caricarsi del piu’ pesante dei pesi. Tyson e’ la macchina del peccato e della redenzione, la fuga e il ritorno o semplicemente l’attesa prima di sferzare l’attacco finale, travolgente, assolutamente impensabile. Toback ha trovato Tyson, quello mai conosciuto, anche quello che sputa l’orecchio di Holifield (questo non si vede nel film, non a caso), quello che sopporta, attraversa e soprattutto salvaguarda il nulla di cui erano fatti i suoi pensieri. Tyson ha consumato, per la fretta che aveva, e anche per la paura, e infine per l’angoscia di una pausa, di un silenzio di troppo, di un imbarazzo, ogni pausa e distanza, preferendo, e infine dovendo scegliere la via breve, e perfino rapidissima, della prossimita’ violenta: chi sei? da dove vieni? perche’ sei venuto? cosa vuoi? cosa vuoi da me?
Mike Tyson and James Toback at the Cannes premiere of Toback's documentary 'Tyson'.
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