CANNES 61 - "Ho voluto mischiare la realtà all'immaginazione...", Incontro con Jia Zhang-ke

Al sesto lungometraggio di finzione e due anni dopo Still Life, che gli valse uno dei Leoni d’Oro più sorprendenti degli ultimi anni, Jia Zhang-ke presenta a Cannes 24 City, canto d’addio ad una Cina che non c’è e non ci sarà più…

24 City è una strana docu-fiction, se così possiamo chiamarla. Vuoi spiegarci qualcosa in più di questo tuo progetto?

Questo progetto l’ho portato avanti per parecchio tempo, volevo raccogliere più materiali possibili, fare più interviste possibile ai lavoratori delle fabbriche che sono state smantellate per far posto a questo nuovo progetto di città, chiamata appunto 24 City. Ho fatto centinati di interviste e ad un certo punto ho sentito l’esigenza di inserire queste stesse interviste nel racconto che avevo sviluppato: per cui, in pratica, sono stato costretto a sviluppare questa forma di racconto particolare che mi sembrava fosse quella più congeniale per il racconto.


Per la prima volta nella tua carriera hai alle spalle capitali stranieri, francesi in questo caso, e poi c’è la presenza di due grandi star nel cast. Che cosa ha comportato per te questa situazione?
Mi ha dato la possibilità di avere, ovviamente, più denaro a disposizione ed ero anche più libero di intraprendere strade nuove. Per quanto riguarda le attrici si è resa necessaria la loro presenza per almeno due motivi: il primo è che mi servivano due attrici dotate di grande esperienza perché la parte che avevo loro assegnato era molto delicata e faticosa; in secondo luogo perché, ovviamente, la presenza di due star come loro poteva portare parecchi spettatori in più al cinema, cosa da non sottovalutare.

Sei sempre stato, fin dal tuo esordio, un cantore degli umili, degli operai ma anche più in generale sei stato sempre attento ai cambiamenti in atto nel tuo paese. Questa volta però rivolgi il tuo occhio anche al passato, cosa ti ha spinto a fare questa scelta?
Si, in Cina negli ultimi anni si sta assistendo ad un cambiamento epocale: con il passaggio ad una economia di mercato ci sono stati stravolgimenti di ogni tipo, non ultimi quelli di ordine morale e psicologico. Con questo film ho voluto forse superare quella fase ed è per questo che dico che questa pellicola rappresenta un passo molto importante per la mia carriere di regista: per la prima volta ho voluto guardare anche al passato, confrontarlo con l’oggi, con la contemporaneità a cui sono stato, e rimango, sempre molto legato.

Hai avuto spesso problemi con la censura dal tuo paese, così come altri tuoi colleghi cinesi. Come è oggi la situazione della censura in Cina per voi artisti?
Devo dire che anche su questo fronte le cose stanno cambiando, in meglio fortunatamente. Prima tra i rappresentanti della censura e noi artisti non c’era dialogo, non potevamo nemmeno difendere e spiegare le nostre scelte di fronte alla commissione e quindi tutto veniva sentito come una vera e propria imposizione, cieca e sorda. Ora fortunatamente ci si parla ed è diventato tutto molto più facile: per cui posso tranquillamente dire che 24 City uscirà senza alcun taglio nei cinema cinesi e questa, per me, è davvero una gran bella notizia.

 

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