CANNES 61 - "The Chaser", di Na Hong-jin (Fuori concorso)

Primo lungometraggio di un regista coreano che segue in maniera esemplare la struttura del noir metropolitano che non aggiunge nulla di nuovo ma si mette in luce per un ritmo incalzante e uno stile veemente degno del miglior action-movie hongkonghese. Lo stile di non diventa mai forma. Se continua su questa strada, probabilmente si sentirà ancora parlare di lui

L’oscurità della notte, il contrasto pioggia/luci al neon, le strade con le pozzanghere, la dimensione metropolitana: si pone sin da subito nella struttura del noir metropolitano The Chaser, primo lungometraggio del trantaquattrenne Na Hong-jin che in precedenza si era messo in luce con i corti 5 Minutes (2003), A Perfect Red Snapper Dish (2005) e Sweat (2007). Al centro della pellicola c’è l’ex-detective Jung-ho che ora si occupa a gestire il traffico di ‘ragazze-accompagnatrici’ per clienti anonimi. Tra queste c’è anche Mi-jin. L’uomo è furioso perché alcune di loro sono sparite senza aver dato a lui la percentuale. Capisce che queste hanno comunque incontrato lo stesso cliente che ha identificato soltanto tramite il numero di cellulare. Jung-ho va a così alla ricerca dell’ultima ragazza scomparsa. Non sa però che è nelle mani di un pericoloso serial-killer.

Certamente Nang Hing-jin non inventa nulla. Non ci si può però limitare a dire che si tratta soltanto di una corretta esercitazione nel genere. The Chaser ha infatti un ritmo incalzante, penetra nell’oscurità, filma la violenza con uno stile veemente degno del miglior action-movie, soprattutto hongkonghese. Al di là del mestiere, si intravede nel giovane cineasta una capacità di seguire geometrie impazzite, di far vivere i personaggi in un’ombra perpetua e soprattutto di alimentare l’attesa per poi disilluderla in un finale sorprendente. The Chaser materializza uno spazio che appare marcio, in decomposizione e porta sullo schermo delle figure che appaiono quasi delle sopravvissute. L’abitazione del serial-killer, con il bagno in cui tortura e uccide le vittime, è già mostrato come una specie di set-tomba, nel quale non c’è nessuna via d’uscita. Inoltre sa filmare l’azione in modo estremamente diretto come nella scena dell’incidente d’auto tra l’ex-detective e il serial-killer. C’è qualche deriva fuori-genere come la descrizione del personaggio della figlia di Mi-jin. Ma qui ci si allontana da ogni tentazione sentimentale e/o d commedia. La descrizione del loro rapporto, tutto in sottrazione, è tra le parti migliori del film. Basta vedere il modo asciutto in cui inquadra il volto della bambina che piange dal riflesso del vetro quando comprende che forse non vedrà più la madre. Lo stile di Nang Hing-jin non diventa mai forma. Se continua su questa strada, probabilmente si sentirà ancora parlare di lui.   

 

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