CANNES 61 - "Dernier maquis", di Rabah Ameur-Zaimeche (Quinzaine des réalisateurs)
Il cinema di Rabah Ameur-Zaimeche torna in Francia nel peggiore dei modi, con questo terzo lungometraggio nel segno di un cinema post-beurs decisamente pretenzioso e che si compiace di sé, neorealista e furbo, come già aveva mostrato un anno fa Cous cous del tunisino-francese Abdellatif Kechiche
Il cinema di Rabah Ameur-Zaimeche torna in Francia, dopo la campagna algerina ritrovata e a lui fuori luogo dal protagonista di Bled Number One, del 2006. E vi torna, il cinema del regista algerino-francese, nel peggiore dei modi, con Dernier maquis, terzo lungometraggio di una filmografia sospesa sul qui e altrove, tra la Francia e l’Algeria, nel segno di un cinema post-beurs decisamente pretenzioso, neorealista e furbo, come già aveva mostrato un anno fa Cous cous del tunisino-francese Abdellatif Kechiche.
Dunque, Dernier maquis. Set quasi esclusivo una fabbrica e un garage di mezzi pesanti, imprese gestite da Mao, un padrone musulmano (lo stesso regista) per il quale lavorano operai arabi, francesi, africani, e che decide, per tenerli meglio sotto controllo e ricattarli, anche in fatto di straordinari da pagare oppure no, di costruire loro una nuova moschea (in una sorta di scantinato), e di scegliere per loro anche l’imam. Ameur-Zaimeche, fin da subito, dall’inquadratura d’apertura sul totale dei contenitori rossi che occupano tutto lo spazio e sugli operai al lavoro a spruzzarli di vernice, costruisce il film su un doppio registro: lunghe scene di approccio neorealista alle situazioni, eccessivamente dilatate in una mediocrità di sguardo, e stacchi a nero tra mancanza d’immagini e rumori o contemplazione di spazi ideati con una precisione fine a se stessa. Cinema che si compiace di sé, tingendosi di commedia e collocando inserti, come quello della lontra trovata nel garage e riportata nel fiume, che non interagiscono fra loro, sketch isolati in un testo che vorrebbe parlare di questioni sociali e di convivenza multietnica e invece forzatamente accumula materiali e li disperde, sempre vuoti di senso.
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