CANNES 61 - "Volevo far sentire l'odore di quei luoghi...", Incontro con Matteo Garrone

Matteo Garrone parla di Gomorra, la sua ultima fatica cinematografica, presentata in Concorso a Cannes 2008, e delle scelte che ha dovuto fare per portare al cinema uno dei casi editoriali più grandi degli ultimi anni.

garroneGomorra è stata senz’altro un’esperienza cinematografica molto importante per te. Quale è la sfida più grande che hai dovuto affrontare, soprattutto nell’affrontare un testo molto “pesante” come quello di Roberto Saviano?
Per restituire l’impianto emotivo che ho provato nel leggere il libro prima e nel visitare quei territori poi, ho dovuto necessariamente provare un linguaggio diverso da quello dei miei film precedenti, più semplice. Ho fin da subito avuto ben chiaro in mente il percorso che dovevo compiere e i sacrifici che come regista avrei dovuto fare: in parole povere per portare sullo schermo Gomorra mi sarei dovuto mettere da parte, rendermi invisibile. Mi sono anche ispirato ai reportage di guerra, così semplici ed immediati, perché in fondo anche nel nostro caso si trattava di trascinare lo spettatore in quei luoghi, fargli sentire l’odore di quei luoghi e i rumori di quei proiettili.

Ci sono stati problemi nel lavorare con Saviano vista la sua condizione? E come è stato girare proprio nei luoghi di Camorra?
Certo c’erano delle preoccupazioni, soprattutto per come è costretto a vivere Roberto, ma non ci sono stati grandi problemi. La gente di quei luoghi ci ha accolti calorosamente, ha partecipato attivamente al film, dandoci addirittura dei suggerimenti molto utili: abbiamo fin da subito verificato quanto fosse vero quel concetto che emerge dal film e cioè che è il cinema ad ispirare i boss e non viceversa, come si potrebbe pensare. Soprattutto nel loro atteggiarsi. Nei nostri confronti no c’erano problemi per il semplice motivo che il nostro non è un film d’inchiesta: questo faceva parte dell’accordo che abbiamo fatto all’inizio del nostro rapporto con Saviano. Abbiamo scelto strade diverse: Roberto ha fatto nomi e cognomi, noi no. E questa è una differenza molto grande.

Tutti gli attori, soprattutto quelli che interpretano parti secondarie, emergono in maniera davvero sorprendente: quale lavoro hai svolto con il cast e soprattutto come hai scelto gli attori che lo compongono?
Ci tengo a dire che gli attori del film sono quasi tutti dei professionisti, non è gente trovata per strada per intenderci. Hanno semplicemente fatto percorsi diversi, c’è chi ha alle spalle una grande tradizione teatrale, come Toni Servillo, chi viene dal teatro di carcere, chi da una splendida realtà di Scampia quale quella del teatro Arrevuoto: insomma, possiedono tutti una grande dignità di professionisti e ciò, a mio parere, emerge fortemente dalla pellicola.

 

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