CANNES 61 - "Volevo raccontare i numeri che la Camorra ha prodotto...", Incontro con Roberto Saviano
L’autore napoletano racconta dei suo rapporto con il film che è stato tratto dal suo libro: un libro che ha venduto oltre un milione di copie e che è stato tradotto in 32 paesi e che ora sbarca a Cannes.
Come è stato lavorare sul tuo testo per adattarlo al cinema e quale è stato il tuo apporto alla sceneggiatura?
La cosa più complicata era senza dubbio scegliere le storie che avremmo dovuto sviluppare e far emergere nel film: si trattava, dunque, di un’operazione di sottrazione del materiale più che di addizione, e questa non è certa una modalità tipica del cinema che, di solito, fa il contrario. Ci tengo precisare che io ho fatto un po’ lo “sbirro”, stando bene attento che lo spirito del libro emergesse anche dal film, e che quindi la sceneggiatura è tutta dei bravissimi sceneggiatori che l’hanno scritta.
Ti aspettavi un’accoglienza così positiva qui a Cannes e soprattutto gli ottimi riscontri che arrivano dal box office italiano?
Sinceramente non credevo, ma non perché ritenessi la pellicola di poco valore. Semplicemente per il fatto che, di solito, quando hai successo e si parla di te troppo tempo, rischi di saturare la gente: così non è stato per Gomorra. Si vede che in Italia si è stanchi delle rappresentazioni da fiction televisiva con cui è sempre stata resa la Mafia e le altre organizzazioni malavitose.
Qualcuno ti ha accusato di portare i “panni sporchi” all’estero: come rispondi a queste affermazioni?
Si, è vero, sono stato spesso dipinto come uno che infangava il proprio paese all’estero, cosa che in Italia non è mai tollerata, e infatti gli Istituti di Cultura all’estero non mi hanno mai chiamato per presentare il mio libro, salvo quello di Montreal in Canada. Quando un regista americano o francese fa un film o scrive un libro di questo genere tutto ciò non succede ma in Italia la pensano diversamente. E poi io non ho mai pensato di scrivere un film solo sull’Italia, io ho scritto un libro sopra ad un sistema economico che ha le radici in Italia ma che ha interessi in tutto il mondo. Spero e penso che ciò emerga anche dal film.
Gomorra si può leggere anche in una chiave più universale quindi?
Non ho mai pensato di raccontare l’Italia e la Camorra, io volevo raccontare attraverso l’Italia e attraverso la Camorra. Volevo raccontare i 10.000 morti che ha prodotto, più di quelli raccolti nella Striscia di Gaza, più di altri periodi drammatici che hanno segnato la nostra storia recente, come i 600 morti prodotti dagli Anni di Piombo. Volevo raccontare del fatturato annuo che raccoglie solo in Italia, 150 miliardi di euro, il triplo tanto per intenderci di quanto fattura un’importante azienda come la FIAT. Volevo raccontare i numeri che la Camorra ha prodotto, cosa che per uno scrittore è abbastanza strana, vista l’idiosincrasia verso i numeri. Ma volevo raccontare di queste persone che, durante una conversazione intercettata il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle, hanno avuto modo di dire: “Hai visto cosa si è liberato nel centro di New York?”, come se si parlasse di un investimento immobiliare qualunque, normalissimo.
Cosa pensi possa comportare per te l’approdo di Gomorra a Cannes: hai paura delle conseguenze che ci potranno essere?
Proprio perché il film è molto diverso dal libro penso che le cose non possano cambiare più di tanto. Il rischio, poi, non è tanto quello che si dice ma in quanti lo leggono. Se Gomorra avesse venduto 5 mila copie le cose sarebbero andate molto diversamente…I boss della Camorra sanno che in democrazia non si può non far parlare, è la regola del gioco, loro vorrebbero solo che nessuno ascoltasse, che nessuno leggesse.
Puoi raccontarci cosa significa vivere una vita come la tua e se ci sono state delle difficoltà nel lavorare al film?
Da due anni vivo sotto protezione in una località diversa da quella dove vivevo prima, i Quartieri Spagnoli a Napoli. Per lavorare andavo a casa di Matteo ed era la scorta a portarmi là tutti i giorni: certo, ho vissuto dei momenti molto difficili, soprattutto perché quando abbiamo iniziato a scrivere il film erano i primi giorni in cui vivevo sotto scorta, ma sia il regista che gli altri sceneggiatori sono stati molto bravi nel cercare di farmi vivere al meglio questa situazione così delicata, mi hanno sostenuto molto insomma. Il mio pensiero va a tutte quelle persone, e sono tante, che vivono da anni la mia stessa condizione in quelle stesse zone.
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