CANNES 61 - "Voyage aux Pirénées", di Arnaud e Jean-Marie Larrieu (Quinzaine des Réalisateurs)

Un cinema sfacciatamente piccolo borghese: una coppia prova col turismo e l’immersione nella natura a ravvivare la propria spenta vita sessuale. Eppure, i Larrieu hanno abbastanza occhio e senso dello spazio per riscattare questo assunto complicandolo con la sola forza della messa in quadro

Scoperti anni fa dal Torino Film Festival, i fratelli Larrieu si mantengono con questo ultimo Voyage aux Pirénées sui binari sperimentati col precedente Peindre ou faire l’amour che li avevi portati in concorso a Cannes nel 2005. Un cinema sfacciatamente piccolo-borghese: puntualmente una coppia di mezza età prova a ravvivare l’inerzia del proprio rapporto col tradimento (nel film precedente) o con una turistica immersione soft nella natura. Nella fattispecie, i pirenei. Se queste premesse paiono insopportabili, va dato atto ai Larrieu che riescono a riscattarle assai bene. Il loro eccellente senso dello spazio porta il binomio, in teoria stucchevole, “civilità-natura” a gradi di complessità e interesse insospettati, fino a trasformare completamente la velleitaria “immersione nella natura” in un infernale dentro-e-fuori. Partono da un assetto figurativo molto semplice, che prevede una o due star (in questo caso Sabine Azéma e Jean-Pierre Darroussin) immerse nella natura spesso in piano totale fisso frontale, e innestano un difficile gioco di fotografia a evidenziarne ora il contrasto, ora l’integrazione (e talvolta sia uno che l’altra) rispetto allo sfondo. Più la commedia coi suoi meccanismi, i suoi equivoci e i suoi travestimenti procede, più i Larrieu si scatenano con le variazioni dello schema iniziale. Così, la figura inquadrata in mezzo alla natura a un certo punto è quella di un’orso, che però parrebbe a un certo punto un uomo travestito; più avanti, Azéma e Darroussin complice un fulmine passano l’uno nel corpo dell’altro, risolvendo miracolosamente, fra le altre cose, l’impotenza quasi congenita del marito, e di riflesso la ninfomania della moglie, inizialmente terrorizzata da un orso che scorrazza indisturbato nella regione ma in realtà da lui attratta. Fino, ovviamente, a congiungersi con la bestia. Un po’ sopra le righe? Sì, molto probabilmente. Ma la regia dei Larrieu si profonde con così tanto rigore nell’esplorazione del semplice, elementare legame tra la figura umana e il paesaggio naturale, che alla fine dà un’impressione di quadratezza tale da far garantire sempre un equilibrio alla valanga di trovate bizzarre che è il film. In questa ambiguità sta il fascino, oppure il carattere irritante, del film. Difficile dire quale dei due prevalga.

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