CANNES 61 - "Le silence de Lorna", di Luc e Jean-Pierre Dardenne (Concorso)

Con quest’opera c’è una metamorfosi stilistica nel cinema dei due fratelli belgi: inquadrature più larghe, rapporto più stretto personaggio-ambiente, maggiore spazio alla struttura narrativa. In questo contesto però, benché ci si muova in un quadro visivo-sonoro simile alle opere precedenti, il loro sguardo diventa più estraneo e la direzione presa appare quella sbagliata. VIDEO

Le silence de LornaVincitori della Palma d’Oro per ben 2 volte nel giro di 6 anni (Rosetta nel 1999 e L’enfant nel 2005), l’opera dei fratelli Dardenne sembra essere andata incontro a una parziale mutazione. In Le silence de Lorna la macchina da presa non sta più addosso ossessivamente ai personaggi registrandone anche le più impercettibili mutazioni. Qui le inquadrature sono più larghe come per ‘registrare oggettivamente’ il rapporto del personaggio con l’ambiente, in questo caso la città industriale di Liegi, i piani più stabili e c’è l’uso del 35 mm rispetto al 16 mm delle opere precedenti.

Lorna – interpretata da Arta Dobroshi, un’attrice proveniente dal Kosovo – è una ragazza albanese che sogna di diventare proprietaria di un bar assieme all’uomo che ama, Sokol. Per ottenere la nazionalità belga, si adatta a fare un falso matrimonio con Claudy (Jérémie Renier), un giovane tossicodipendente, deciso da Fabio (Fabrizio Rongione), un delinquente locale. Il vero obiettivo dell’uomo è pero quello di farla sposare a un boss russo disposto a pagare molto.

Come si vede, la macchinazione al centro della storia sembra appartenere a un poliziesco incalzante. Sono infatti presenti squarci notturni, boss criminali e una donna sospesa tra paura e desiderio. Forse però una trama così articolata non appartiene al cinema dei Dardenne. Proprio per non allontanarsi da questa struttura il loro sguardo diventa più estraneo. Quest’ultimo film non rientra infatti più in quell’estrema sfida fisica della sua opera – anche se i segni di una programmatica costruzione si rintracciavano proprio nel finale di L’enfant – malgrado se ne possano rintracciare dei provvisori squarci come nel momento del malore di Lorna mentre sta salendo le scale di un palazzo o il finale, con quella corsa nel bosco del finale che ricorda, purtroppo solo vagamente, quelle traiettorie di invidiabile essenzialità di Rosetta. I Dardenne inseriscono la giovane attrice in un quadro già prestabilito in cui sono presenti anche attori del loro cinema (Jérémie Renier e Fabrizio Rongione), ma stavolta non la seguono, anzi ne filmano quasi impassibilmente le fuga. C’è quindi uno scarto evidente rispetto al passato e soprattutto rispetto al modello che si è spesso rintracciato nel loro cinema, ossia la purezza dell’opera di Robert Bresson. Stavolta però la direzione appare sbagliata e questo cambiamento, seppur parziale, mostra degli evidenti segni di involuzione nella loro opera.

Le silence de Lorna (una scena)

 

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