CANNES 61 - "La sangre brota", di Pablo Fendrik (Semaine de la Critique)

Pablo Fendrik, di cui avevamo parzialmente apprezzato l’esordio con El asaltante l’anno scorso, si conferma autore aggressivo e interessante con questo La sangre brota, dramma apocalittico e inconsueto dove mette in scena una famiglia borderline. Ancora una grande prova attoriale di Arturo Goetz.

Posseduto ed alienato come un Mean Streets diurno, il secondo lungometraggio di Pablo Fendrik, un altro interessante regista della giovane leva argentina, aggredisce frontalmente lo spettatore, schiaffandogli in faccia una storia folle e originale che gioca giusto un pizzico nell’ostentare la propria ricerca. Come, e forse più, del precedente film (El asaltante, presentato lo scorso anno nella medesima sezione a Cannes), Fendrik immerge la propria storia in una città soffocante e allucinata, livida e violenta al tempo stesso, dove ogni azione decanta per poi degenerare, proprio come suggerisce il titolo, in uno schizzo di sangue, in uno zampillo scuro e denso. Denso e pesante come la macchina da presa che preme i personaggi, che li insegue, non segue, standogli attaccato, stuprando e costringendo l’epidermide stessa in un angolo. Una macchina da presa che riesce ad inseguire anche stando distante, utilizzando zoom spericolati sui personaggi che paiono intrappolati nel traffico e non lasciandoseli sfuggire mai. Il mondo di Fendrik, il suo cinema, è asfissiante, non ha vie di fuga, non ci sono né scampo né redenzione. Ma è un cinema anche dannatamente spudorato, che sta tutto in quella sequenza iniziale con i due giovani che fanno l’amore violentandosi e la cinepresa che li sfoca continuamente e sembra perderli, eppure è sempre lì, ad un passo da loro. L’impatto spiazza e disturba, eppure ammalia, forse proprio per quel suo fascino sadico e perverso, magari un po’ demodé come i titoli di testa sparati in darkcore. La sangre brota è un viaggio brutale senza destinazione in un universo familiare indecente, proprio come tanto cinema argentino degli ultimi anni. E, come di consueto, il protagonista di queste peregrinazioni è Arturo Goetz, sublime maschera dei sentimenti nascosti, interprete raffinato di follie quotidiane, l’attore maiuscolo che ha tenuto a battesimo praticamente tutti i giovani registi più importanti d’Argentina (dalla Martel de La Niña Santa al Burman di Derecho de familia, dal Rotter di El otro a La novia errante di Ana Katz, passando ovviamente per l’esordio dello stesso Fendrik). Uno di quegli attori che scopri essere grandi solo verso i sessant’anni, che arrivano al cinema come se non avessero mai avuto un’altra età se non quella. Non come Ailin Salas, giovane attrice argentina già vista in XXY, il cui faccino impenitente da tredicenne o poco più buca lo schermo e ti entra dentro…

 

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