CANNES 61 - "Sanguepazzo", di Marco Tullio Giordana (Fuori concorso)

La Storia pubblica e privata nel cinema del regista riprende forma attraverso la vicenda di due star del cinema dei telefoni bianchi, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che racchiude nove anni della loro vita, dal 1936 al 1945. Nella sua presunta ricchezza però, il film appare terribilmente piatto, senza accensioni. Dove le fiamme della passione restano fuoricampo per tutta la pellicola. VIDEO TRAILER

sanguepazzoRitornano tracce consistenti di Storia italiana nel cinema di Marco Tullio Giordana. Da Maledetti vi amerò ad Appuntamento a Liverpool, da Pasolini, un delitto italiano a I cento passi per terminare con il fluviale La meglio gioventù, la sua opera tende spesso a raccontare alcuni momenti decisivi della storia del nostro paese intrecciandoli con una dimensione privata. In Sanguepazzo vengono riportate alla memoria le figure di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, coppia celebre nello schermo come nella vita che erano le star del cinema dei “telefoni bianchi” in voga in Italia tra gli anni Trenta e l’inizio del decennio successivo. La pellicola inizia il 20 aprile del 1945 quando sono prigionieri dei partigiani e che verranno fucilati 9 giorni dopo essendo stati accusati di collaborazionismo. Poi attraverso un flashback si arriva a Roma nel 1936 quando Valenti era imperversava nei teatri di posa e la Ferida muoveva i primi passi nell’ambiente cinematografico. All’interno della vicenda ricopre un ruolo importante anche il regista Golfiero, un aristocratico antifascista e omosessuale al quale la star sarà sempre legato. Giordana, che ha anche scritto il film assieme a Leone Colonna ed Enzo Ungari, segue quindi un percorso temporale di 9 anni, alternando passato e presente, amore e tragedia. La storia dei due attori, interpretati da Luca Zingaretti e Monica Bellucci, era quindi già una ricca materia narrativa da melodramma pienamente adatta per il cinema-televisivo (aggettivo da non intendersi in senso negativo). La rappresentazione di Sanguepazzo appare però non solo schematica, ma sembra utilizzare figure del regime quasi come dei manichini immobili dove gli unici personaggi che attraversano la Storia sono solo quelli dei tre protagonisti. Ciò è visibile anche nella prova caricaturale di Zingaretti e anche, alla fine, nel pallido ritratto che resta della cinematografia di quegli anni, che si risolve in un’enunciazione di nomi (Blasetti, Chiarini), locandine (La bella addormentata), fatti (l’industria cinematografica che si trasferisce a Venezia), situazioni future (Rossellini che sta girando un film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi che impersona un prete). Nel personaggio di Golfiero, interpretato da Alessio Boni, potrebbe rintracciarsi un riferimento alla figura di Visconti. Sanguepazzo inoltre alterna la finzione con l’utilizzo di materiali di repertorio come la dichiarazione di Mussolini che comunica che l’Italia entra in guerra.

Vizi private, pubbliche virtù quindi Sanguepazzo. Con dentro anche le tentazioni di Valenti (il poker, la droga) e un bacio lesbo della Ferida alla compagna di Koch. Sembrano esserci quindi tutti gli ingredienti per un film che vuole far parlare di sé in tutti i modi. Ma Sanguepazzo però appare, nella sua presunta ricchezza, terribilmente piatto, senza accensioni. Dove le fiamme della passione restano fuoricampo per tutta l pellicola.

Sanguepazzo - Trailer

 

 

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