CANNES 61 - "Wolke 9" di Andreas Dresen (Un certain regard)
Lui-lei-l’altro: tradimento, gelosia, separazione. Già sentito? Molto probabile – il terzetto di Wolke 9, però, ha abbondantemente superato la sessantina d’anni. Già sentito anche questo? Indubbiamente sì, ma Dresen riesce pallidamente a indovinare una certa delicatezza, ahimé rovinata nel finale
Lui-lei-l’altro: tradimento, gelosia, separazione. Già sentito? Molto probabile. Il terzetto di Wolke 9, però, ha abbondantemente superato la sessantina d’anni. Già sentito anche questo? Indubbiamente sì, e specialmente ai festival. Dunque? Dunque Andreas Dresen prova lo stesso a costruire uno spessore a questo schema. O meglio: prova a lavorare di fino, ad entrare nell’intimità coniugale dei protagonisti stringendosi gomito a gomito con loro nelle loro stanzette e nei loro angusti corridoi, fino a quasi andargli addosso con la macchina da presa. L’ambizione, insomma, è riuscire a cogliere la peculiarità di una passione tanto travolgente quanto concretamente impacciata, captandone l’ambiguità attraverso gli sguardi, i respiri, i gesti. Nulla a che vedere naturalmente con i sublimi sguardi postumi dei vari De Oliveira, Lynch (Straight Story) o dell’ultimissima grande auto-archeologia del quarto Indiana Jones. Ci si accontenta, qui, di restituire blandamente una serenità stereotipata, inondando di luce l’inquadratura e indugiando sull’affanno dolce delle azioni piccole e grandi. E qualcosa, in effetti, scatta e funziona, anche se non molto. Si riesce qua e là a sfiorare il mistero di una passione che come sempre (quando è tale) sconvolge gli schemi ma sconvolge forse ancora di più per il non potersi dire fino in fondo passione. E in questo aderisce apertamente con la protagonista “traditrice”, con la sua determinazione a portare avanti un percorso tanto vitale quanto assurdo. Il problema è che alla fine si cade nel peggiore dei modi: questo labile fascino crolla fragorosamente quando il melodramma bussa alla porta reclamando i suoi diritti, la porta si apre e il marito tradito si suicida. Non c’era, in effetti, nessuna vera ragione per ricorrere a una forma di pathos così dozzinale, soprattutto quando tutto il film precedente si muoveva su binari così delicati. Troppa ambizione, e nello stesso tempo troppo poca.
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