CANNES 61 -"Liverpool", di Lisandro Alonso (Quinzaine des Réalisateurs)
Lisandro Alonso, altro argentino presente quest’anno a Cannes, è un regista mai scontato, sempre libero di colpire lo spettatore con i suoi film. Liverpool non è certo il suo capolavoro eppure c’è sempre qualcosa nel suo sguardo che lo rende per certi versi unico e quindi insostituibile…
Considerato, a ragione, come uno dei migliori talenti del cinema d’autore, tanto per rifugiarsi in una catalogazione facile facile, Lisandro Alonso non smentisce certo con Liverpool questa sua pesante etichetta, ma al tempo stesso non ne rafforza nemmeno la portata. Sorta di summa dell’ideale trilogia di La Libertad (2001), Los muertos (2004) e Fantasma (2006), il quarto film del trentatreenne regista di Buenos Aires è l’ennesima variazione sul tema caro al regista, ovvero del rapporto tra l’uomo e lo spazio che lo circonda, spesso la natura, da riconquistare o da cui fuggire. Anche il protagonista di Liverpool, Farrell, così come gli protagonisti dei film di Alonso, è solo ed in fuga: proverà anche lui a riconquistare il suo ambiente naturale, in questo caso uno sperduto villaggio della Tierra del Fuego, da cui era scappato per imbarcarsi su una nave cargo in cui lavora nella parte iniziale del film. Gli uomini di Alonso sono sempre senza passato, Farrell non è poi tanto diverso da Argentino, il protagonista di Los Muertos e Fantasma, o dallo spaccalegna protagonista di La Libertad, vengono tutti da nowhere, che sia la Pampas o i ghiacci di Ushuaia: Alonso sembra essere interessato solo a queste parabole di isolamento forzato o forzoso, dal carcere alla foresta passando per una nave da viaggi intercontinentali (ma anche un semplice palazzo cittadino può fungere da gabbia, come in Fantasma), tanto da far pensare ad un Herzog certamente meno estatico e profetico ma comunque identicamente ossessionato dal passaggio dell’uomo, sulle impressioni e sui segni che imprime sulla natura (per Herzog, spesso, il passaggio si tramuta in sfida, in Alonso invece sembra emergere un rapporto più pacifico). Come sempre molto attratto dal fuoricampo, con cui il regista taglia l’unico dialogo possibile tra Farrell e il mondo che lo circonda, Alonso imprime un forte cambio di traiettoria al suo film quando decide di non seguire il protagonista che si allontana nella neve dopo aver visitato la sua vecchia casa. Laddove in Los Muertos la narrazione si interrompeva nel momento esatto in cui il percorso di Argentino sembrava interrompersi perché arrivato a destinazione, qui la storia prosegue senza un vero centro se non lo sperduto villaggio di cui sopra. Questa perdita, forse un po’ pretestuosa, allontana di un poco il film da quell’asciuttezza che abbiamo sempre riconosciuto al cinema di Alonso, e la sua storia per la prima volta appare forzata. Certo, c’è sempre l’aspetto di (apparente) ludico metacinema, altro topos del cineasta argentino, che emerge anche qui in maniera decisa: il suo “gioco” ritorna a colpire i titoli di testa, qui non assenti come in Los Muertos, ma elencati al contrario, dai ringraziamenti in poi. Come a sancire, fin dall’inizio, un procedimento a ritroso, come se il film fosse solo da leggere esattamente al contrario…
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