CANNES 61 - "Milestones" di Robert Kramer e John Douglas (Quinzaine des réalisateurs)
Film capitale degli e sugli anni 70, Milestones (1975) è un vortice esploso di frammenti di documentario e di finzione, di società e individuo, di tensione comunitaria e ripiego nel privato, di parti filmate e materiale (spesso fotografie) di repertorio. Tutto si interseca con tutto, il Vietnam con le persecuzioni degli indiani con le vite di questi (numerosi) personaggi che vivono la propria vita discutendola e ridiscutendola. VIDEO
Film capitale degli e sugli Anni '70, Milestones (1975) è un vortice esploso di frammenti di documentario e di finzione, di società e individuo, di tensione comunitaria e ripiego nel privato, di parti filmate e materiale (spesso fotografie) di repertorio. Frammenti che cadono a valanga sullo spettatore, come la cascata sui titoli di coda precipita su un corso d’acqua che costantemente alimenta, un flusso che in qualcuno dei migliori mondi possibili ci piacerebbe poter definire “televisivo” senza preoccuparci di quello che la televisione è stata (ahimé) costretta a diventare. Una cascata inarrestabile che travolge innanzitutto qualunque ipotesi di “struttura”: nessun messaggio da predicare, piuttosto si tratta di ributtare chi guarda nell’occhio del ciclone politico della metà degli anni '70, politico proprio perché in ogni istante si percepiva (come si percepisce ancora su pellicola, provvidenzialmente restaurata) il pericolo che l’apertura vitale degli anni precedenti si potesse disgraziatamente richiudere. Non c’è spazio, però, per il pessimismo della ragione: le (pen)ultime immagini del film mostrano una donna che partorisce. Per quanto la Storia possa (ciclicamente, del resto) sembrare detenere un’ultima, negativa parola e ammazzare l’utopie, queste rinascono ogni volta si viene a contatto con una forma esplosa, multidirezionale, meravigliosamente caleidoscopica come quella di Milestones, in cui nel bel mezzo di una sequenza irrompono schegge di un’altra, o si passa a altre via via completamente diverse con la massima libertà. Non solo libera associazione di contenuti, piuttosto intersezione continua. Tutto si interseca con tutto, il Vietnam con le persecuzioni degli indiani con le vite di questi (numerosi) personaggi che vivono la propria vita discutendola e ridiscutendola (toccante il dialogo tra il medico e il figlio appena uscito dal carcere per non essere andato in Vietnam), infilandosi in un percorso labirintico in cui con la massima naturalezza confluiscono gli altri personaggi (disertori, contestatori, ex hippie, ex membri di una comune etc.) a formare una valanga di informazioni che all’inizio intimidisce letteralmente lo spettatore, ma che poi lo convince che la sua ricercata indeterminazione è la stessa della “vita vera”, che è innanzitutto un farsi strada dentro questa selva disordinata di informazioni continuamente rimescolata. Non a caso, una delle protagoniste dice che ai tempi della vita nella comune ogni individuo trovava una collocazione e un’espressione, laddove ora che riemerge il “privato” questa collocazione, che in teoria dovrebbe essere più visibile, pare invece disintegrarsi. Solo nel caos, insomma, pare trovare vita la “monade” individuale. Milestones vuole essere precisamente questo caos, questo movimento vorticoso che obbliga chiunque ci si trovi in mezzo a cavare qualcosa dall’informe.
Grace Paley - a scene from Milestones
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