CANNES 61 - "Eléve libre", di Joachim Lafosse (Quinzaine des Réalisateurs)
Radicale e libertino, forse libeticida, Joachim Lafosse sorprende tutti con questo film disturbato ma che si prende tanto in giro, parodia grottesca ma ferocemente vera di una famiglia in crisi perenne. L’autore del bel Proprietà privata, passato in Concorso due anni fa a Venezia, non sembra davvero aver paura di scandalizzare i propri spettatori né di spiazzarli con finali che sembrano contraddire tutto…
Sempre fedele alla sua ricostruzione naturalistica di un interno di famiglia piccolo-borghese, Joachim Lafosse continua a proporre un cinema altamente stratificato, dove forti sono le istanze provenienti da altre arti (letteratura e pittura, su tutte), come a rimarcare una dipendenza della macchina-cinema alle sue più accreditate progenitrici. Il giovane regista belga pare ossessionato da questi universi fragili, disgregati in mille pezzi, piccoli mondi pazzi nei quali osservare la nostra follia quotidiana: ossessione che emerge fin dai titoli che Lafosse sceglie per i propri film, praticamente tutti accomunati da un senso claustrofobico di appartenenza familiare, che strozza più che abbracciare (Folie privée, 2003; Nue propriété, 2006). E anche quando, come in questo Èléve libre, emerge forse una ribellione da questo universo malsano, ecco emergerne appunto un altro altrettanto malsano, anzi di più, ben sintetizzato da quell’educazione libera che il titolo sottintende. Èléve libre nasce dunque da quell’humus a cui il regista si è sempre ispirato, figli viziati di genitori separati e spesso assenti, per arrivare però ad una fase successiva e segnare così uno scarto significativo da tutto il resto. Il sedicenne Jonas, protagonista del film, tra un padre lontano ed incazzato ed una madre assente ed in carriera, viene praticamente adottato da Pierre, amico trentenne della madre, single affabile e dalle frequentazioni quantomeno libertine. La situazione che si andrà a creare in questa “sorta” di famiglia permetterà a Lafosse di abbattere letteralmente tutti quei limiti, moralistici ed etici, che sottostanno al comune senso del pudore: la “famiglia” diventa quasi il laboratorio di uno scienziato pazzo, uno spazio anarchico e aperto dove provare tutte le prime volte possibili ed immaginabili. Una sfida, quella di Lafosse, lanciata nella dedica che apre il film, Ai nostri limiti, e portata avanti con caparbia ostinazione da un giovane che non si vergogna di sfoggiare la propria radicalità, arrivando perfino ad ostentarla. Il gioco, dunque, perde innocenza, si reitera e scivola nell’autocompiacimento, diventa troppo disinibito, professionale, pornografico insomma. Di una pornografia malsana, indecentemente gratuita, roba da devianza dura e pura, degna di una puntata del Rocco Siffredi Show, tra lezioni di sesso, omosessualità che da latente esplode in una baracconata da orgoglio gay, e terapeutiche sedute di sesso orale. Vien da ridere e si ride davvero in Èléve libre, proprio per questa sua capacità di spiazzarti completamente, per cui alla fine non si può davv
ero non rimanere colpiti da questo esperimento quantomeno singolare. Verboso, forse, lontano da alcune meravigliose vette che, ad esempio, il cinema indipendente americano riesce a raggiungere sfruttando bene o male gli stessi ingredienti (pensiamo a Il calamaro e la balena di Noah Baumbach, sceneggiatore di Wes Anderson, capolavoro passato sotto silenzio un paio di anni fa), però alla ricerca di un sincero senso di realtà, spudorata certo. Una finzione dunque di puro stampo naturalista, alla moda dei fratelli Dardenne per intenderci, seppur declinata da un approccio formale tutt’altro che dardenniano, ma al contrario vissuta con grande distacco, come da un antropologo d’interni. Più Ozu, insomma, con i suoi piani fissi che camera a mano per partecipare all’azione. A Lafosse interessa osservare in controluce la sottile filigrana dei propri personaggi.
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