CANNES 61 - "La mujer sin cabeza", di Lucrecia Martel (Concorso)
Potrebbe essere la terza parte di una trilogia sulla condizione emotiva ed esistenziale femminile in cui la cineasta si mette in luce ancora una volta per un cinema che appare impermeabile e decadente. Si tratta di un’opera non facile, inizialmente anche respingente che va attesa ed aspettata. Solo da un certo momento si entra in sintonia con il suo artefatto respiro. VIDEO
Appare impermeabile e decadente il cinema dell’argentina Lucrecia Martel. L’impenetrabilità però non va intesa in senso negativo. È come se i suoi personaggi e le sue storie vivessero in una direzione parallela. Nel mondo, ma isolati dalla maggioranza. Ciò si vede da uno sguardo che non è soltanto subito individuabile ma anche volontariamente invasivo, come se cercasse di condurre i personaggi da un’altra parte, con sé, in spazi/set che non sono accessibili a tutti. La mujer sin cabeza (letteralmente “la donna senza testa”) segue sin da subito il movimento di una figura, Veronica, che già si segnala per la sua estraneità, per la sua distanza nei confronti di ciò che la circonda. Un giorno, in seguido a una distrazione al volante mentre sta guidando, ha un incidente. Da quel momento è come se scomparisse gradualmente dagli altri. Confessa poi al marito che ha ucciso qualcuno sulla strada ma quando tornano sul luogo non scoprono che il cadavere di un cane.
La mujer sin cabeza potrebbe essere la terza parte di una trilogia sulla condizione emotiva ed esistenziale femminile. La figura di Veronica infatti è associabile a quella della cinquantenne con il vizio dell’alcool dell’ottimo La cienaga (2001) o delle due ragazze sedicenni protagoniste del modesto La niña santa (2004). Tutte queste protagoniste sono chiuse in spazi stretti, delimitati, quasi una sorta di frontiere dalle quali non c’è nessuna volontà di uscirci. Il titolo del film si può riferire al colore dei capelli della donna (che cambia dal biondo al castano alla fine del film) ma ha in sé qualcosa di surrealista, come se questa figure circolasse senza testa. Ed in effetti la Martel ha il merito di entrare totalmente in una dimensione apparentemente soggettiva, della quale però sembrano marcare emozioni e reazioni da parte della protagonista. La macchina da presa le sta frequentemente addosso. Lei conduce apparentemente una vita con gli altri. Ma è come se non parlasse, non interagisse con gli altri, quindi non esistesse. La cineasta argentina rende trasparente il suo personaggio. Sembra quasi negargli la corporeità. Si tratta certamente di un film non solo non facile, ma inizialmente anche respingente che va atteso ed aspettato. Solo da un certo momento si entra in sintonia con l’artefatto respiro creato dalla cineasta. Forse perché storditi, forse perché esausti. Però alla fine l’effetto viene provocato e non se ne può restare indifferenti.
La Mujer sin Cabeza – trailer
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